I principi elencati sono imprescindibili punti di riferimento per la sua effettiva realizzazione, i cardini del Manifesto 50&Più per promuovere l’abitare di “domani” tra i senior di “oggi”
‘Abitare il domani’
Manifesto 50&Più sul Cohousing
Dati, casi studio, testimonianze e nuove proposte. Osservatorio 50&Più promuove ‘Abitare il domani’, il primo manifesto in Italia sul cohousing con l’obiettivo di contrastare la solitudine e tutelare il benessere delle persone anziane. 50&Più lancia il Tavolo permanente come ‘cabina di regia’ utile alla creazione di spazi connessi tra realtà pubbliche, private e stakeholder.
«Per me che ho perso tutti, il cohousing è stato un tornare alle origini. Casa delle Viole è infatti come un rifugio che mi ha restituito il senso di sicurezza e la voglia di vivere»
Roberto, 68 anni, Roma
Tra indipendenza e comunità
la nuova stagione dell’abitare collaborativo
I dati dell’indagine “L’abitare, la casa, il cohousing – L’opinione degli italiani 55+” condotta da Format Research per 50&Più
Il Convegno a Roma
Tavolo permanente
Osservatorio per il monitoraggio delle politiche italiane di cohousing.
«Se le persone partecipano, sono attive e condividono attività sociali, i benefici si manifestano sotto molti aspetti, a partire dalla salute».
I CASI STUDIO IN ITALIA
COHOUSING un antidoto contro la solitudine delle città
Urbanizzazione e mutamenti sociali hanno acuito la solitudine degli anziani. Di fronte al rischio di isolamento è necessario ripensare l’abitare per la terza età
Negli ultimi decenni i mutamenti sociali hanno rivoluzionato modi e stili di vita. L’urbanizzazione è stata uno dei motori principali del cambiamento, concentrando un numero sempre più alto di persone in aree ristrette. Un aumento di densità che ha generato sviluppo e opportunità, da un lato, ma che ha anche creato il paradosso di una maggiore solitudine, dall’altro. Nonostante l’estrema vicinanza fisica, sono nate nuove forme di isolamento: dal 2009 oltre il 50% della popolazione mondiale risiede in aree urbane, eppure il tessuto relazionale sembra essersi progressivamente indebolito.
Anche la famiglia è cambiata, sia nella composizione che nel numero medio dei suoi membri. In Italia siamo passati da una struttura prevalentemente tradizionale a una moderna. Secondo l’Istat, dal 1995 a oggi, il numero complessivo delle famiglie è aumentato mentre si è drasticamente ridotto il numero medio dei componenti. Sono diminuite le famiglie più numerose (con 5 o più membri) e si è registrato un incremento di quelle unipersonali, che oggi rappresentano circa un terzo del totale. È il segnale di trasformazioni demografiche e sociali le cui ragioni sono diverse. Da una parte, infatti, c’è l’invecchiamento della popolazione (nel 2025 l’aspettativa di vita in Italia ha raggiunto il suo massimo storico: 83,4 anni), dall’altra il declino della coabitazione intergenerazionale (rispetto al passato è meno comune che diverse generazioni vivano sotto lo stesso tetto). In parallelo c’è stato un significativo cambiamento nelle relazioni di coppia. Sono diminuiti i matrimoni e cresciute le convivenze, mentre l’aumento di separazioni e divorzi ha contribuito alla formazione di nuovi nuclei familiari composti da una sola persona. A completare il quadro il calo della fecondità, che ha ridotto il numero complessivo di nuclei familiari con prole.
Siamo di fronte ad un’evoluzione demografica che ha trovato la sua espressione nell’aumento della popolazione anziana. Nel 1961 gli anziani in Italia erano 4,8 milioni (il 9,5% della popolazione), oggi con oltre 14 milioni (il 24,7%, dati Istat 1° gennaio 2025) siamo il Paese più longevo dell’Ue. Con un invecchiamento così rapido, tra denatalità e transizione demografica, il rischio è che la solitudine diventi un sottoprodotto dell’anzianità. Lo stesso aumento dei nuclei familiari unipersonali tra gli anziani è un allarme sociale che non può essere ignorato. Attualmente, il 10,8% dei nuclei familiari in Italia è composto da over 75 che vivono soli, e le proiezioni Istat indicano che questa percentuale salirà al 15% entro il 2043. Questa crescente solitudine non è un mero dato statistico, ma si traduce in una maggiore incidenza di malattie fisiche, depressione e declino cognitivo.
In un contesto demografico che vede sempre più anziani privi di reti di sostegno, serve un cambio di rotta. Viviamo in contesti urbani solo all’apparenza stimolanti. Ospitano un gran numero di esseri umani, ma privi di relazioni vere. Viviamo in città fatte di umanità distanti fra loro e dai volti sfumati, di “non luoghi” dell’esistenza, di spazi di passaggio dove le generazioni anziché incontrarsi e raccontarsi finiscono per perdersi in un labirinto di anonimato, senza più riconoscersi l’una nell’altra. In un’epoca in cui il bisogno di connessione e comunità si scontra con una crescente frammentazione sociale, possiamo ripartire dal modo in cui viviamo e interagiamo. L’emergenza richiede una riprogettazione del nostro modo di abitare la terza età, cercando soluzioni abitative innovative che siano capaci di ricostruire legami, partecipazione e garantire un invecchiamento attivo e dignitoso.
Che occorra adottare misure per rendere le città più inclusive per i senior, lo sostiene anche l’ultimo rapporto dell’Ocse, Cities for All ages. Nei prossimi anni la popolazione over 65 dei 35 Paesi che vi aderiscono passerà dal 20,9% del 2020 al 27,9% del 2040. Senza politiche adeguate, le città rischiano perdita di produttività, aumento della spesa pubblica e incremento dell’isolamento. Per evitarlo occorre lavorare – tra le altre cose – a soluzioni abitative che favoriscano coabitazione e invecchiamento in casa. Proprio come il cohousing.
Vanno ripensati gli spazi abitativi e le relazioni interpersonali per colmare questo divario. Il cohousing per anziani emerge allora come una soluzione abitativa chiave, capace di contrastare gli effetti dannosi dell’isolamento.
di Valerio Maria Urru Responsabile Osservatorio Studi, Ricerche e Sviluppo 50&Più
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 11, novembre 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
Da Trento a Bari tra pubblico e privato, fotografia dell’Italia che ha detto sì all’abitare condiviso
Tommaso Scalzi
Head of Public Affairs di Specht Group Italia
Abbiamo intrapreso un viaggio immaginale lungo la penisola per mappare le città in cui sono presenti strutture cohousing e che guardano al vivere insieme come baluardo del prossimo futuro, passando dall’impegno di amministrazioni comunali e soggetti privati
Che sia l’iniziativa di un singolo, il frutto di una collaborazione tra parti, il progetto di un comune, il cohousing inizia a imporsi anche in Italia – spesso per supportare fragilità – ma certamente per sconfiggere la solitudine e favorire l’invecchiamento attivo. L’obiettivo, dunque, è uno e uno soltanto: non restare soli e per scongiurare questo esistono soluzioni proposte dalle amministrazioni pubbliche e da società che istituiscono modelli abitativi. Nelle pagine che seguono raccontiamo come i Comuni di Trento, Roma, Lucca, Bari e Napoli siano impegnati in progetti di cohousing a supporto, principalmente, della marginalità, in queste righe – invece – ci occupiamo di soluzioni abitative a cui accedere senza il requisito del reddito. A onore del vero, non è stato facile individuare strutture con caratteristiche di cohousing e questo a dimostrazione del fatto che in Italia, il cohousing è ancora un terreno da esplorare.
Un’iniziativa che guarda a un nuovo modo di abitare è quella promossa da INPS, Gruppo CDP, Policlinico Gemelli e Investire SGR che prende il nome di ‘Spazio Blu’. Il progetto è dedicato agli over 65 autosufficienti, nato dalla collaborazione tra istituzioni, primari operatori del settore immobiliare e dei servizi sociosanitari, e riguarda la riqualificazione di un complesso immobiliare di circa 300 appartamenti nel quartiere Camilluccia-Trionfale a Roma. I moduli abitativi prevedono queste caratteristiche: efficientamento energetico, domotica, tecnologie per l’accessibilità e arredi su misura con spazi dedicati alla socializzazione e alla salute.
Da Roma proseguiamo verso il centro e il nord Italia. A Siena e Torino esistono senior living dedicati a persone autosufficienti, che hanno più di 65 anni. A promuovere soluzioni abitative con il chiaro intento di “contrastare il decadimento cognitivo attraverso ambienti e iniziative pensate per una fase della vita delicata” è Specht Group Italia, come ha sottolineato Tommaso Scalzi. Il gruppo, ad oggi, conta oltre 100 appartamenti distribuiti in due strutture. È ancora Scalzi a spiegare: «Il concetto alla base del senior living è quello di mantenere viva l’indipendenza degli ospiti, offrendo al tempo stesso una rete di supporto e un ricco programma di attività. Ogni struttura è composta da appartamenti monolocali, bilocali e trilocali, integrati da ampie aree comuni come sale ristoro, spazi per la musica e la Tv, palestra, terrazze. Nel caso di Siena, la struttura si arricchisce ulteriormente di una spa con piscina, idromassaggio e un grande parco immerso nel verde. A Torino, invece, siamo nel cuore del quadrilatero cittadino, una posizione strategica per essere sempre connessi con i servizi e la vita urbana». Con un costo di partenza che si aggira intorno ai 2mila euro al mese, gli appartamenti sono abitati – nel caso di specie – da persone con un’età compresa tra i 75 e gli 80 anni, «ma quello che li accomuna è la voglia di non rimanere soli, di continuare a vivere in maniera attiva e di costruire nuove relazioni», aggiunge Scalzi. Da Specht spiegano: «Molti dei nostri residenti hanno perso il coniuge o vivono lontano dai figli, ma non per questo vogliono rinunciare alla propria autonomia o al piacere di condividere momenti con altre persone. La gestione quotidiana – dalle pulizie all’amministrazione – non è più un peso, e questo rende tutto più leggero. Anche per i familiari è una garanzia sapere che i propri cari vivono in un ambiente sicuro, stimolante e sereno. Un elemento a cui teniamo molto è la possibilità, per ciascun residente, di portare con sé i propri mobili, oggetti cari e ricordi. Non si tratta di “trasferirsi in una struttura”, ma di traslocare in una nuova casa».
di Anna Grazia Concilio Direttrice Responsabile 50&Più Rivista
Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 7/8, luglio-agosto 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
TRENTO vuole affiancare le RSA e punta sulla filiera del cohousing
Alberto Pedrotti
Assessore delegato al welfare anziani
È Alberto Pedrotti, Assessore e delegato al welfare anziani a raccontare i progetti dell’amministrazione comunale: «Una razionalizzazione del patrimonio immobiliare per favorire il senior cohousing»
Lo scambio tra generazioni e la tutela dei diritti delle persone anziane passano da Trento, in un progetto di cohousing che punta all’utilizzo di gran parte del patrimonio immobiliare della città. Il Comune, intanto, studia soluzioni di co-abitazione anche in relazione al progressivo invecchiamento della popolazione. Ne parliamo con Alberto Pedrotti, Assessore all’economia e alle azioni per l’età sperimentale, e delegato al welfare anziani.
Quali soluzioni abitative offre la città agli anziani?
Trento offre un livello di servizi agli anziani molto alto, soprattutto dal punto di vista delle case di riposo e delle RSA. Come provincia è tra quelle che ha più posti letto in relazione alla popolazione. Inoltre, abbiamo 50 alloggi protetti, che 10 anni fa potevano sembrare un numero in eccesso e, addirittura, che non ci fossero abbastanza richieste ma, essendo cambiate le condizioni familiari, è cambiata la domanda.
Come sono gestiti gli alloggi protetti?
In connessione con le nostre RSA, alcuni alloggi si trovano proprio dentro le strutture ma gli anziani che vi risiedono sono assolutamente autonomi e possono gestirsi senza difficoltà. Il vantaggio è chiaramente l’economia di scala: gli operatori sono gli stessi delle RSA e hanno la possibilità di offrire il supporto anche a chi vive negli alloggi protetti. Parliamo, quindi, di una gestione integrata di due servizi.
In relazione ai diritti per gli anziani, come sta lavorando la vostra amministrazione?
Dopo l’aggiornamento del piano sociale, siamo in una fase di studio e sperimentazione. Stiamo lavorando per rafforzare e rendere più efficace la rete di servizi dedicati agli anziani, con l’obiettivo ultimo di costruire una vera e propria filiera di soluzioni abitative che accompagnino l’anziano.
Ci ispiriamo a modelli scandinavi. Puntiamo tanto anche sulla collaborazione con realtà simili alle nostre, abbiamo creato una rete con le città di Innsbruck, Bolzano e Belluno proprio per confrontarci sul tema dell’abitare.
Quali sono le vostre priorità?
La priorità è investire nella prevenzione e nel mantenimento dell’autonomia, evitando il più possibile il ricorso precoce alle residenze assistenziali tradizionali. Vogliamo intervenire prima, creando opportunità abitative condivise per garantire agli anziani una qualità di vita dignitosa e socialmente ricca. In questa ottica, il senior cohousing rappresenta una delle linee strategiche di intervento. La città di Trento si sta concentrando su due direttrici: una di carattere intergenerazionale e l’altra dedicata al senior cohousing.
Come nasce l’esigenza di creare dei progetti di cohousing intergenerazionale?
L’intergenerazionale si rivolge alla presenza di molte persone anziane sole in grandi abitazioni e tanti studenti universitari che invece ricercano un alloggio, il match può favorire scambi proficui tra generazioni diverse. Su questo tema stiamo lavorando tanto con le associazioni delle università.
Vogliamo aiutare gli anziani che vivono soli, senza una rete familiare, e gli studenti. Sappiamo che il cohousing intergenerazionale però è una piccola risposta al problema abitativo perché la percentuale di persone in grado di aderire è bassa: non tutti sono in grado di ospitare e non tutti vogliono essere ospitati.
Come pensate di organizzare i progetti di senior cohousing?
La città di Trento vanta un patrimonio immobiliare di 11mila abitazioni. Vorremmo razionalizzare questo patrimonio, dedicando una parte di queste abitazioni agli anziani. Per razionalizzare intendiamo destinare più appartamenti vicini ai progetti di senior cohousing e coadiuvarli di servizi comuni come, ad esempio, la portineria condivisa o, in caso di appartamenti siti nello stesso palazzo, dotarli di ascensore. Vogliamo lavorare quindi per un’economia di scala.
di Alessandra Espis – Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 7/8, luglio-agosto 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
LUCCA 14 appartamenti nel palazzo in via del Moro
Salvadore Bartolomei
Assessore alle politiche sociali
Salvadore Bartolomei, Assessore alle politiche sociali: «Vogliamo investire nella prevenzione per disporre di piccole comunità sostenibili»
Il cohousing del Moro a Lucca è un innovativo progetto abitativo destinato agli anziani che promuove la condivisione di spazi e risorse tra i suoi residenti, favorendo un senso di comunità e collaborazione. Situato in una zona centrale della città, il cohousing offre appartamenti indipendenti ma condivisi, ed è dotato di spazi comuni destinati ad attività sociali e culturali pensate per favorire l’invecchiamento attivo. Salvadore Bartolomei, Assessore alle politiche sociali, ne parla con 50&Più.
Perché è nato il progetto di senior cohousing?
Il progetto nasce nel 2014 ma è stato avviato concretamente nel 2016 su volontà del comune di Lucca che, con la collaborazione di altri enti pubblici e privati (Fondazione Cassa di Risparmio, Provincia e Regione), ha realizzato il completamento della ristrutturazione di un palazzo di via del Moro, nel centro storico della città, palazzo di proprietà della Misericordia di Lucca. Sono state realizzate 14 soluzioni abitative e sono state affidate a Fondazione Casa Lucca, attualmente un Ente del Terzo Settore ma di cui il Comune è socio fondatore primario. La Fondazione Casa Lucca è nata proprio con la specifica mission dedicata all’abitare e, in particolare, all’abitare supportato. Il target di riferimento sono anziani autosufficienti prevalentemente del Comune di Lucca e della Provincia.
Qual è l’iter per prendere parte al progetto?
Gli anziani presentano in prima persona una domanda oppure mediante il Servizio sociale professionale alla Fondazione. Successivamente viene valutata la disponibilità alla coabitazione e i professionisti di FCL effettuano gli abbinamenti e le combinazioni più idonee.
Quali sono i criteri per presentare domanda e quali sono i costi di partecipazione?
Gli anziani devono essere autonomi e in buona salute. Uno dei criteri richiesti è l’Isee, che non costituisce “barriera d’entrata” ma serve a valutare la sostenibilità dell’inserimento che resta tutto a carico del cittadino e della sua famiglia, salvo specifiche progettualità comunali. I costi sono strettamente legati alla copertura delle utenze, affitto, manutenzione e spese condominiali.
Nelle fasi di ideazione del progetto, sono state coinvolte le associazioni?
Nella prima fase Fondazione casa Lucca e Misericordia hanno sviluppato l’idea autonomamente quali soggetti con missione sull’housing e assistenza, solo in un secondo momento si è verificato l’incontro con le associazioni territoriali per anziani e si sono create forti sinergie. Le stesse Associazioni collaborano nella realizzazione di corsi di ginnastica dolce, corsi di lingue e incontri tematici destinati agli anziani.
Quali sono stati gli ostacoli principali incontrati nello sviluppo del progetto?
Le difficoltà iniziali si sono riscontrate nel reperimento dell’utenza e nella creazione della prima comunità integrata di senior. Una volta superato l’avvio del progetto, abbiamo dovuto gestire anche piccoli conflitti interni tra gli inquilini.
Quali sono stati fino ad ora gli effetti riscontrati nella qualità della vita dei partecipanti?
Superamento della solitudine, stimolo ad attivarsi, apertura alla conoscenza e all’esperienza positiva della vita in comune. Inoltre, le attività ludico, ricreative e formative organizzate hanno generato un bel clima tra gli abitanti della casa in via del Moro.
La realtà di via del Moro offre inoltre una degna apertura alla collettività, partecipazione a progetti intergenerazionali, è stato attivato un progetto di servizio civile, ad esempio. Oltre ai benefici sulla qualità della vita degli anziani, ci interessa portare dei vantaggi anche nelle famiglie di origine degli ospiti del condominio di via del Moro e così, grazie al monitoraggio sulle condizioni generali e sul benessere degli inquilini del cohousing, offriamo elementi di sicurezza ai parenti.
Avete in programma delle iniziative future sul senior cohousing?
L’invecchiamento della popolazione richiede alle politiche sociali di ripensare il loro ruolo e la composizione delle diverse soluzioni “di filiera”, investendo sulla prevenzione: come amministrazione ci interessa favorire l’invecchiamento attivo, perché lo riteniamo un modo di mantenere il benessere della popolazione anziana ma anche un deterrente per le soluzioni più radicali e gravose, come l’inserimento in strutture sociosanitarie.
Vogliamo quindi investire nella prevenzione e poter disporre di piccole comunità sostenibili ovviamente con il supporto nella coprogettazione di una realtà come Fondazione Casa Lucca, che potrebbe diventare in futuro anche il soggetto con cui far partire sperimentazioni per i casi di maggior complessità.
di Alessandra Espis Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 7/8, luglio-agosto 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
ROMA l’abitare condiviso passa dai beni confiscati, il Comune: «Puntiamo all’autonomia e allo scambio intergenerazionale»
Nella Converti
Presidente della Commissione permanente Politiche sociali e salute del Comune di Roma
Oltre 200 gli over 65 che vivono in strutture di co-abitazione. Nella Converti, Presidente della Commissione politiche sociali: «Le persone anziane hanno bisogno di essere autonome»
Da anni, il Comune di Roma sperimenta soluzioni di cohousing per persone anziane. Dopo i primi tentativi registrati già nel 2018, inizia una nuova stagione che vede al centro della trasformazione due elementi: il progressivo invecchiamento della popolazione e il contrasto alla solitudine. Abbiamo incontrato Nella Converti, presidente della commissione politiche sociali del Comune di Roma, impegnata nella progettazione di piani dedicati alla residenzialità della terza età.
Perché nasce il cohousing a Roma?
La sua storia deve essere considerata sotto un duplice aspetto: da un lato c’è il progressivo invecchiamento della popolazione, dall’altro la questione dell’abitare che – come Comune – stiamo affrontando soprattutto in queste settimane. È necessario, inoltre, fotografare la società attuale: la pensione perde la sua capacità d’acquisto nel suo mercato immobiliare romano e sono in tanti a finire per strada. Abbiamo visto, purtroppo, persone senza dimora anche in età avanzata. Già nel 2018, con la precedente amministrazione, sono state emanate le linee guida per la residenzialità delle persone anziane, tra queste la volontà di chiudere le case di riposo tradizionalmente intese, anche perché non rispondevano alle esigenze della popolazione. Con la delibera 56 del ’21 il Comune di Roma ha iniziato a lavorare in questa direzione. Per noi è fondamentale che nella nuova prospettiva le persone anziane conservino la propria attività anche in comunità.
Cosa vi spinge, dunque, a pensare nuovi modelli?
Certamente l’aumento della povertà, anche nella fascia anziana. Come dicevo, la perdita del potere di acquisto e la lotta alla solitudine sono stati per noi elementi fondamentali per continuare l’impegno già avviato. Ma anche una volontà delle persone anziane di non diventare un carico ulteriore alle famiglie e il desiderio di vivere in condizioni di semiautonomia.
Com’è strutturato il cohousing a Roma?
Quasi tutte le strutture di cohousing sono state inserite all’interno di beni confiscati alla criminalità organizzata. Parliamo di appartamenti che ospitano circa 6-8 persone e sono ubicate in zone della città distanti tra loro. Un’altra struttura, nel quartiere Ostiense, accoglie – invece – persone che provengono dal circuito di accoglienza della sala operativa sociale, persone senza dimora: quindi abbiamo organizzato un cohousing ad hoc. Qui trascorrono solo un periodo e poi vengono trasferite in altre soluzioni di co-abitazione. Chi ha vissuto per strada per tanti anni non ha le stesse capacità degli altri. Una storia mi ha molto colpito: un ospite di quest’ultima struttura ha svuotato il frigorifero perché non ne aveva mai visto uno pieno. Ecco come diventa importante prevedere percorsi dedicati. Abbiamo inoltre comunità alloggio e miniappartamenti in cui si mantiene viva la propria autonomia.
Come vengono selezionati?
I criteri sono semplici: almeno 65 anni, un reddito personale basso e un buon livello di autonomia. Ad oggi, il Comune di Roma ha soluzioni abitative per 200 persone. Per quanto riguarda i pagamenti, invece, si procede in questo modo: gli ospiti della casa di riposo versano il 70% del reddito persona, e qui è compresa anche l’assistenza. Poi ci sono i miniappartamenti, in cui gli ospiti versano il 35% delle entrate personali, utenze e affitto sono a carico di Roma Capitale. Per quanto riguarda le comunità alloggio e il cohousing gratuiti, la spesa è di 250 euro al mese. Se avanza qualcosa dalla spesa, per alimenti e beni di consumo, gli abitanti della casa decidono come spendere la somma. In una comunità alloggio, gli ospiti hanno deciso di adottare un animale.
Ci sono i contro?
La convivenza è un aspetto da non sottovalutare, quindi l’abbinamento delle persone è fondamentale e di questo si occupa il servizio sociale. Ci sono poi i colloqui che vengono realizzati all’interno della struttura. Un altro tema è sicuramente quello dell’autonomia: è importante promuovere l’autonomia personale.
Ci sono delle particolarità che vuole condividere?
Sì, di recente abbiamo messo in pratica una bella esperienza: una persona seguita da una struttura ha scelto di fare volontariato, organizzando delle lezioni di lingua inglese, in un’altra tipologia di struttura. Una buona pratica di cui dobbiamo fare tesoro e ci piacerebbe in futuro che questa contaminazione diventasse stabile e diffusa.
Si può migliorare il servizio?
Fare incontrare utenza e servizio è l’unica occasione che abbiamo per capire come rendere sempre più funzionale il cohousing.
di Alessandra Espis Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 7/8, luglio-agosto 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
BARI il Comune lancia il progetto pilota: «Qui l’assistenza è personalizzata»
Elisabetta Vaccarella
Assessore alla Giustizia, al benessere sociale e ai Diritti Civili
Un servizio di accompagnamento sociale per gli ospiti del cohousing e un sostegno psicologico. Così l’amministrazione del capoluogo pugliese disegna i progetti di coabitazione
«Vogliamo offrire un’alternativa concreta alla marginalità e all’isolamento che spesso colpiscono le persone anziane». Sono queste le parole di Elisabetta Vaccarella, Assessore alla Giustizia, al Benessere Sociale e ai Diritti Civili del Comune di Bari che – dalle pagine di 50&Più – racconta il modello di co-abitazione del capoluogo pugliese. L’iniziativa, nata con l’obiettivo di contrastare povertà, solitudine e disagio, mette una casa a disposizione di chi si ritrova privo di una rete familiare di supporto.
Quando nasce il progetto?
Il progetto di cohousing a Bari è nato nel 2022 come un esperimento pilota, volto a creare un ambiente di convivenza condivisa tra persone anziane, in particolare uomini e donne sopra i 65 anni, che si trovano in condizioni di autosufficienza e senza patologie invalidanti. La sua genesi deriva dall’esigenza di offrire non solo un alloggio, ma anche un sostegno sociale e psicologico, promuovendo un invecchiamento attivo e partecipato.
Quali sono le principali caratteristiche di questo progetto?
La particolarità di questa iniziativa risiede nel fatto che ogni ospite beneficia di un percorso assistenziale personalizzato, studiato sulla base delle proprie esigenze e delle proprie caratteristiche, un’opportunità importante per alcuni soggetti spesso relegati ai margini. In questa esperienza un ruolo fondamentale è svolto dall’accompagnamento sociale, che include anche attività di concierge sociale, come piccole commissioni, accompagnamenti e monitoraggio dei bisogni, anche in raccordo con i servizi sociosanitari del territorio.
Quali sono i requisiti per poter vivere nella casa destinata al senior cohousing?
Per accedere al cohousing, è richiesto che gli interessati siano autosufficienti o parzialmente autosufficienti, privi di riferimenti familiari significativi. Inoltre, è necessario possedere una certificazione Isee che attesti la condizione economica compatibile con il progetto. Al momento, nell’appartamento abitano un gruppo di sei anziani che hanno fatto domanda di adesione al progetto tramite i servizi sociali e, trovando una rispondenza con i requisiti, sono stati ammessi al progetto.
Quali ostacoli avete riscontrato nella gestione della casa?
Dal punto di vista pratico, uno dei principali ostacoli riscontrati riguarda le difficoltà di integrazione tra persone anziane che non si conoscevano e che possono avere vissuti molto differenti. La convivenza quotidiana richiede pazienza, dialogo e capacità di adattamento, aspetti che vengono affrontati e monitorati durante tutta la durata del progetto e che una volta superati generano ottimi risultati.
E i lati positivi?
Durante le ultime visite all’appartamento, ho constatato personalmente con soddisfazione che questa esperienza sta producendo infatti effetti positivi sia sul piano sociale che su quello psicologico. L’attenzione verso la persona, e in questo caso verso l’anziano, fa riscoprire interesse per la vita stessa. Il senior cohousing si sta dimostrando un’innovativa risposta alle sfide dell’invecchiamento e della povertà, promuovendo una socialità solidale e una maggiore autonomia per gli anziani in condizioni di vulnerabilità.
di Alessandra Espis Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 7/8, luglio-agosto 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
NAPOLI guarda all’Europa «Siamo l’unica città Italiana parte di Cities 4 Cohousing»
Laura Lieto
Vicesindaco di Napoli
Un partenariato internazionale per sperimentare modelli abitativi di collaborazione. Laura Lieto, Vicesindaco: «Partecipare a questo progetto significa promuovere una nuova cultura dell’abitare, fondata sull’inclusione e sulla responsabilità condivisa»
La cura reciproca e l’uguaglianza, facilitare l’integrazione, sostenere il senso di appartenenza. Sono questi i quattro principi su cui si basa il progetto Cities 4 Cohousing, un partenariato europeo a cui hanno aderito cinque città di cinque differenti Paesi: per il Portogallo Vila Nova de Gaia, per la Grecia Salonicco, per la Spagna Ayuntamiento de Fuenlabrada, per il Montenegro Nikšić e per l’Italia Napoli. Laura Lieto, vicesindaco del capoluogo campano spiega perché è importante aderire a una collaborazione internazionale: «Tutti devono poter avere un posto da chiamare casa».
Quali sono gli obiettivi del progetto?
Il progetto Cities 4 Cohousing si inserisce all’interno del programma europeo URBACT, finalizzato a promuovere forme di sviluppo urbano sostenibile attraverso il confronto tra città. Napoli ha aderito alla rete per approfondire e sperimentare modelli abitativi collaborativi, orientati alla coesione sociale, all’autonomia dei soggetti fragili e al riuso responsabile del patrimonio edilizio esistente. L’obiettivo è promuovere una nuova cultura dell’abitare, fondata su cura reciproca, inclusione e responsabilità condivisa.
Perché la città di Napoli ha deciso di aderire a Cities 4 Cohousing?
Napoli presenta una combinazione unica di bisogni abitativi insoddisfatti e risorse urbane inutilizzate. L’adesione nasce dalla volontà di rispondere in modo innovativo a fenomeni come l’isolamento sociale, l’emergenza casa e la marginalizzazione, valorizzando allo stesso tempo l’identità cooperativa dei nostri quartieri. Partecipare a Cities 4 Cohousing significa per noi trasformare il recupero edilizio in una leva di inclusione sociale, sperimentando soluzioni concrete di welfare abitativo in sinergia con esperienze europee.
Cosa significa far parte di una rete europea?
La dimensione europea ci consente di attingere a pratiche già collaudate, come il progetto CALICO a Bruxelles, e di adattarle al nostro contesto. Questo scambio è prezioso non solo per migliorare gli strumenti operativi, ma anche per rafforzare la capacità dell’amministrazione di rispondere in modo integrato a sfide complesse: dall’emergenza abitativa al bisogno di nuovi modelli comunitari. In una città con forti legami sociali come Napoli, il cohousing può diventare un laboratorio urbano di convivenza solidale.
In quali fasi progettuali saranno coinvolti gli anziani?
Il coinvolgimento attivo della comunità è uno degli elementi cardine del progetto. In particolare, il ruolo degli anziani sarà definito durante la fase partecipativa che si svilupperà nei prossimi mesi, attraverso un’interlocuzione diretta con il quartiere. La co-progettazione servirà a calibrare la composizione sociale del futuro condominio solidale di via Stadera, in funzione dei bisogni reali e delle potenzialità relazionali espresse dal territorio.
Verranno strutturati progetti di senior cohousing?
Sì, è un’opzione che stiamo valutando con grande attenzione. Napoli, come molte città italiane, vive una sfida crescente legata all’invecchiamento della popolazione. L’esperienza del condominio intergenerazionale di San Nicola a Nilo, già attivo nel centro storico, dimostra come il senior cohousing possa rappresentare una risposta efficace contro la solitudine, favorendo l’autonomia e la partecipazione sociale degli anziani. Estendere questo modello anche in altri contesti urbani significa riconoscere il valore sociale degli anziani e investire su una città più coesa e inclusiva.
di Alessandra Espis Articolo tratto dalla rivista 50&Più, nr. 7/8, luglio-agosto 2025
© 2025 50&Più tutti i diritti riservati
LE VIDEO INTERVISTE
© 2025 – 50&Più tutti i diritti riservati
