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La Previdenza

Lo scenario

Solo pochi decenni fa c’era un pensionato ogni quattro lavoratori attivi, oggi questo rapporto si sta avvicinando alla parità; è evidente che è stato raggiunto ormai un punto di non ritorno. La spesa pensionistica italiana ha superato il 15 per cento del pil di 3 punti sopra alla media europea. Il deficit pensionistico, calcolato dall’Istat, è di 900 euro pro capite neonati e immigrati compresi.

Bisogna ampliare al più presto la base contributiva e favorire il più rapido ingresso dei giovani nel mondo del lavoro incentivando nel contempo la permanenza dei lavoratori maturi; in questa direzione vanno le Agende di Lisbona, Stoccolma e Barcellona.

Mentre nel nostro Paese è lento il decollo della previdenza integrativa aziendale e dell’integrativa individuale, altrove ormai si sta sperimentando il quarto pilastro: quello delle scelte pensionistiche alternative (lavoro post–pensionamento, ricorso al patrimonio immobiliare, assicurazioni long term care, formule longevity, ecc.).

Questi meccanismi non si affermano dal nulla. Occorre promuovere una cultura coerente nei soggetti che si avvicinano a queste fasi della vita rendendo conveniente anche economicamente il ricorso a queste formule.

Le proposte  
  • Adeguamento delle pensioni al costo della vita
Il potere di acquisto delle pensioni ha subito una grave e progressiva diminuzione nell’arco dell’ultimo decennio. Ogni anno il potere di acquisto della moneta perde tra il 3 e il 4 per cento e ciò sta a significare che il trattamento economico dei pensionati nel giro di dieci anni dal collocamento a riposo diminuisce di oltre il 30 per cento, con conseguente riduzione del loro livello esistenziale.

Ciò è imputabile sia all’attuale meccanismo di perequazione delle pensioni, che esclude il loro aggancio alla dinamica salariale, sia alle rilevazioni dell’Istat che non tengono conto del costo di alcune fondamentali spese dei pensionati, come quelle per le abitazioni, per la sanità e per il sostentamento, sia, infine, per l’avvento dell’euro la cui introduzione non è stata adeguatamente gestita.

La grossa perdita del potere di acquisto delle pensioni trova la sua ragione anche in altri due fattori di rilievo. Il primo è che l’attuale normativa copre soltanto parzialmente le pensioni superiori al minimo, il secondo va riferito alle varie sospensioni della perequazione automatica  intervenute dal 1992 al 1998, che sono rimaste definitive e non sono state più recuperate; al contrario di quanto avvenuto in passato, allorché alcune leggi, quali la 140/1985, la 544/1988 e la 59/91, recuperarono parte delle perdite subite dai pensionati negli anni precedenti.

Sono ormai trascorsi  quindici anni da quando non viene più emanato alcun provvedimento di parziale ripristino del potere di acquisto.

Si avverte, quindi, la necessità di una riforma del meccanismo della rivalutazione annua calcolata dall’Istat, definendo un nuovo e specifico “paniere”, che includa tra le proprie voci quelle relative alle spese di prima necessità delle persone anziane e pensionate, come le spese farmaceutiche e le prestazioni specialistiche non a carico del SSN, le spese per badanti dovute alla carenza di strutture pubbliche. Occorre, inoltre, neutralizzare integralmente l’effetto della inflazione sulle pensioni, applicando alle stesse l’indice del carovita stabilito dall’Istat nella misura intera, quindi non a scaglioni ma sul loro intero importo. Si potrà così garantire al pensionato un reddito sufficiente al mantenimento del suo tenore di vita, al di sotto del quale non si può scendere.
  • Riduzione della contribuzione per i pensionati
I lavoratori, una volta pensionati, per mantenere il proprio potere di acquisto ed assicurarsi quindi un dignitoso livello di vita, sono per la maggior parte costretti ad iniziare un’attività lavorativa o a proseguirla.

Sarebbe equo che ai pensionati che si trovino in tale situazione, fosse ridotta la percentuale della contribuzione da versare. La diminuzione dei contributi lascerebbe un reddito maggiore al lavoratore incrementando così la domanda di consumo; ciò  comporterebbe per l’impresa una diminuzione del costo del lavoro, che produrrebbe un incremento dei profitti e la possibilità di un aumento degli investimenti.
In proposito va ricordato che già dal 1998 nella legislazione previdenziale è prevista una riduzione delle aliquote contributive in favore dei pensionati delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, che continuano a lavorare.

Un’analoga soluzione potrebbe essere adottata nei riguardi dei pensionati dipendenti o dei lavoratori autonomi iscritti nella gestione separata dell’Inps.
  • Riduzione fiscale per i pensionati
Anche una minore pressione fiscale sui redditi da pensione sarebbe auspicabile in considerazione proprio del fatto che il pensionato non dispone, come il lavoratore in attività, di un potere contrattuale che consenta l’adeguamento del “valore” della propria pensione al costante aumento del costo della vita.

La riduzione fiscale costituirebbe l’unico mezzo per il pensionato di recuperare la perdita di “valore” della pensione. Una soluzione a tal fine potrebbe essere costituita dalla reintroduzione della cosiddetta “no tax area” per un importo pari a due volte quello del trattamento minimo delle pensioni dell’Inps ed un’altra quella di estendere anche alle pensioni la logica recentemente seguita dal legislatore nei confronti dei lavoratori dipendenti per la detassazione dei premi incentivanti e degli straordinari.
  • Cumulo della pensione ai superstiti con altri redditi
I contributi che vengono versati nel corso della vita lavorativa sono destinati a coprire i rischi non solo dell’invalidità e della vecchiaia del lavoratore, ma anche quello della sua morte con la conseguente erogazione di una prestazione previdenziale ai suoi superstiti.
Questa prestazione viene però corrisposta in misura ridotta rispetto a quella che spetterebbe allo stesso lavoratore  ed è graduata in funzione del rapporto che lega il defunto al superstite.

Su questo importo incombe attualmente un’ulteriore riduzione stabilita dalla legge n. 335/1995 fino ad un massimo del 50 per cento in ragione del reddito eventualmente posseduto dal superstite.

L’istituto del cumulo tra pensione e redditi, che ormai trova applicazione solo nei confronti della pensione di reversibilità, considerato che è stato del tutto abolito per le pensioni di vecchiaia e di anzianità, è altamente penalizzante nei riguardi dei superstiti, perché vanifica notevolmente l’intento del legislatore che ,con l’introduzione della pensione indiretta, voleva  garantire agli stessi una sufficiente tutela di carattere economico.
E’ necessaria quindi una modifica dell’istituto o con la sua abolizione, o, quantomeno, con una correzione dei valori delle  tre fasce  di reddito oggi in vigore, portandole rispettivamente a 5, 6, 7 volte l’importo del trattamento minimo annuo.
  • Coefficienti di trasformazione dell’età per il calcolo contributivo
La tabella dei coefficienti di trasformazione dell’età, introdotta dalla legge n. 335/1995 per il calcolo della pensione contributiva, stabilisce come limite massimo l’età pensionabile a 65 anni.

Dopo tale età, quindi, non è previsto un ulteriore e più elevato coefficiente di trasformazione per quei soggetti che intendessero continuare a lavorare dopo il 65° anno.

Ora, poiché, nella realtà dei fatti avviene che la maggior parte dei pensionati è costretta a svolgere un’attività lavorativa anche dopo il conseguimento della pensione di vecchiaia, per poter sopperire alle proprie fondamentali esigenze di vita, sarebbe auspicabile che venissero predisposte più ampie tabelle di coefficienti, rispondenti all’età del pensionato al momento della sua richiesta di supplemento.
  • Supplementi di pensione
L’attuale disciplina previdenziale prevede per i soggetti che continuano a lavorare dopo il conseguimento della pensione la concessione, con cadenza quinquennale, di supplementi per la nuova contribuzione versata.

Tale scelta si è basata sul presupposto che nel corso degli ultimi decenni la vita media delle persone ha subito una costante elevazione.

In realtà il raggiungimento del 65° anno di età costituisce un momento ragguardevole della vita del lavoratore, oltre il quale non è dato poter fare previsioni sulla durata della vita per la generalità dei soggetti e pretendere che gli stessi debbano attendere il decorso di un così ampio spazio di tempo fra il versamento dell’ultimo contributo lavorativo e la concessione del relativo supplemento.
Sarebbe certamente più rispondente allo stato dei fatti che il pensionato, ancora in attività lavorativa, possa utilizzare i contributi assicurativi con supplementi aventi ciascuno cadenza biennale.
  • Assegno al nucleo familiare per i pensionati ex lavoratori autonomi
Attualmente ai pensionati ex lavoratori autonomi viene corrisposta per il familiare a carico un’aggiunta di famiglia pari a euro 10,21, a differenza di quanto avviene per i pensionati ex lavoratori dipendenti ai quali viene riconosciuto l’assegno al nucleo familiare.

Ciò comporta una discriminazione non più tollerabile che vede i pensionati ex lavoratori autonomi ricevere assegni familiari di importo notevolmente inferiore rispetto a quello erogato a favore dei pensionati ex lavoratori dipendenti.

Si tratta di un’esigenza di parificazione molto sentita dai pensionati autonomi, che non comporta grandi spese aggiuntive per lo Stato, ma che è coerente con un disegno di eguaglianza dei cittadini, specie dopo il progressivo trasferimento a carico dello Stato della contribuzione per pagare i trattamenti di famiglia. Peraltro, la legge finanziaria 2007, che ha aumentato l’intervento della fiscalità generale per il pagamento dell’assegno al nucleo ai lavoratori dipendenti e loro pensionati, ha ancora di più acuito la disparità di trattamento ai danni dei pensionati del lavoro autonomo, ai quali vengono erogati assegni familiari di importo cinque volte inferiore.

In proposito va sottolineato anche che ogni discriminazione basata sull’appartenenza a categorie lavorative durante la vita attiva si presenta non solo contraria all’articolo 3 della Costituzione, ma anche, e soprattutto, errata sotto il profilo della giustizia sociale, perché quella del pensionato è una condizione sociale del cittadino e non una categoria. Se lo Stato, decide di intervenire per sostenere i pensionati in condizioni reddituali precarie, non può fare distinzioni tra di loro, prendendo a riferimento il parametro della categoria di appartenenza  prima del pensionamento.

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