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L'intervista: Salvatore Accardo   

«NON SI PUÒ VIVERE SENZA MUSICA,È UN UNIVERSO DA ESPLORARE SENZA LIMITARSI A QUALCHE PIANETA»

È tra i più eminenti violinisti del nostro tempo. Premio Paganini nel 1958, il suo nome è già nella storia della Musica. Fra concerti, incisioni e didattica è impegnato 365 giorni l’anno, ma dedica le migliori energie alla sua famiglia che con lui condivide la passione per il pentagramma.

di Paola Stefanucci

Una collezione di primati segna lo strabiliante esordio di Salvatore Accardo sulla scena musicale della seconda metà del secolo scorso. Classe 1941, a quattordici anni vince il Concorso internazionale di Vercelli, a quindici quello omonimo di Ginevra, a sedici quello dell’Accademia Chigiana di Siena, a diciassette il Trofeo Primavera della Rai e il Concorso Paganini di Genova. 

Da oltre mezzo secolo il violinista e direttore d’orchestra, nato a Torino, ma di origine partenopea, continua a galvanizzare i musicofili di tutto il mondo. Con un repertorio senza barriere: dal barocco al contemporaneo. E a mietere, ovunque nel globo, riconoscimenti. Tra l’altro, è stato nominato Most Honorable Professor al Conservatorio di Pechino, insignito della più alta onorificenza del Principato di Monaco, Commandeur dans l’ordre du mérit culturel, e gli è stata conferita la Kennedy Center Ica Gold Medal in the Arts nel 2017.

Delle sette note Salvatore Accardo è, da sempre, un divulgatore inesauribile. Nel 1971, ammette il pubblico alle prove - primo esempio assoluto - al Festival “Le Settimane musicali internazionali” di Napoli. E di talenti, un pragmatico cultore.
Nel 1986, insieme a Bruno Giuranna (viola), Rocco Filippini (violoncello) e Franco Petracchi (contrabbasso), lancia a Cremona i corsi - gratuiti - di perfezionamento per strumenti ad arco della Fondazione Walter Stauffer (1887-1974), costituita dal mecenatesco imprenditore svizzero cui è intitolata.
Felicemente sposato con la sua affascinante ex allieva, Laura Gorna, è diventato padre, dieci anni fa, di due gemelline, Irene e Ines.

Maestro Accardo, ricorda la primissima volta che ha suonato il violino?

A tre anni. Ce l’ho ancora il mio primo violino, era a misura di bambino, l’ebbi in dono da mio padre Vincenzo. Un uomo e un genitore straordinario, violinista autodidatta. Faceva l’incisore di cammei. Aveva una mano da certosino e come il Certosino era appunto conosciuto lungo tutta la costiera amalfitana.

La sua passione per il calcio e la Juve non è un mistero. Ma è vero che nella sua adolescenza lei si divideva con imparziale fervore tra pallone e archetto?

Sì. Mentre muovevo i primi passi fra le note sviluppai una forte passione per il calcio. A dispetto dei cliché legati alla figura del musicista isolato dal mondo e dedito solo allo studio, ho avuto un’infanzia e un’adolescenza assolutamente normali: avevo amici, giocavo a pallone, al biliardo, andavo al cinema, uscivo con le ragazze. Ero bravissimo a giocare in porta, uno specialista nel parare i rigori. Mi fu persino proposto di entrare nei Pulcini del Napoli. Il ruolo del portiere è però pericoloso per le mani di un violinista. Con il passare degli anni fui costretto a scegliere fra le partite musicali e quelle sportive.

La scelta è nota. Nella sua carriera la vittoria al Premio Paganini è stata determinante?...

L'articolo continua sulla rivista 50&Più di giugno 2018





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