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L'intervista: Emma Bonino    

«Le donne? Prendano coraggio e consapevolezza»


Parla la storica esponente radicale: «Quando nel ’76 sono entrata in Parlamento - nonostante quell’anno di donne fossimo in sessanta, un boom -, mi sono subito resa conto di quanto i palazzi della politica fossero “ostili” alle donne». Oggi - dice - le quote rosa non bastano


di Giada Valdannini


«Le battaglie condotte durante la mia vita dimostrano che cambiare si può. E se cambiare si può, provare si deve». A settantun’anni - li compie il nove marzo - Emma Bonino non ha perso la grinta che l’ha sempre caratterizzata. Piemontese, nata vicino Cuneo, è cresciuta in una famiglia piccolo borghese. A 18 anni si trasferisce a Milano per laurearsi in Lingue con una tesi su Malcolm X.

L’attivismo che l’ha resa nota in Italia e all’estero, è di lunga data. Nel ’76, ad appena 28 anni, viene eletta deputato. Da allora, la sua presenza nel Parlamento italiano è stata pressoché ininterrotta. E il suo impegno si lega a doppio filo alla stagione delle battaglie per i diritti civili, mentre si infuoca il dibattito su aborto e divorzio, quest’ultimo introdotto in Italia tramite referendum nel 1974. Negli anni Ottanta è promotrice di un referendum contro il nucleare che la porta al rifiuto del programma di utilizzo dell’energia nucleare per fini civili in Italia. Ma nella sua lunga esperienza politica ricoprirà anche molti incarichi: è Commissario europeo dal 1994 al 1999, per poi diventare - è il 2006 - Ministro del Commercio Internazionale e delle Politiche europee nel governo Prodi II.

Successivamente, sarà vicepresidente del Senato della Repubblica (dal 6 maggio 2008 al 15 marzo 2013) e Ministro degli Esteri dall’aprile 2013 al febbraio 2014 nel governo Letta. In tutti questi anni, Emma Bonino s’impegna anche e soprattutto in cause internazionali legate alla società civile, adottando spesso la pratica della “non violenza” (disobbedienza civile, sciopero della fame e della sete) resa nota 
dal Mahatma Gandhi e perseguita poi dal Partito Radicale. Fonda diverse associazioni internazionali come Food and Disarmament International, contro la fame nel mondo (1978), Non C’è Pace senza Giustizia, per la salvaguardia dei diritti umani (1993) e Nessuno Tocchi Caino, a favore dell’abolizione della pena di morte (1993). Sta di fatto che quattro decenni di impegno in politica non le hanno fatto venir voglia di appendere gli scarpini al chiodo: «La politica - dice - è la mia passione e dalle passioni non ci si dimette».

Uno dei temi su cui si è sempre spesa è quello legato alla questione di genere. Qual è la fotografia del momento in Italia? 

La discriminazione di genere era e resta un argomento attuale. Certamente sono stati fatti numerosi passi avanti. Tuttavia, sono ancora molte le forme di discriminazione che continuano a essere perpetrate. Dalle forme di violenza psicologica e fisica, che spesso sfociano in veri e propri delitti sotto la definizione di “femminicidio”, alla disparità di trattamento economico che vede le donne retribuite in misura inferiore rispetto agli uomini che svolgono le medesime funzioni o mansioni. Per non parlare delle disparità che affrontano le donne immigrate le quali, soprattutto quando irregolari, sono facili preda di ricatti, senza considerare che proprio le donne possono svolgere un ruolo fondamentale nell’integrazione, visto che sono loro a interfacciarsi con le strutture pubbliche (scuole, ospedali, consultori, ecc.).

Qual è per lei l’esperienza più significativa della sua carriera politica?

Tutte le esperienze politiche sono state fondamentali per definire chi sono oggi ma, certamente, più dei vari ruoli istituzionali ricoperti, il ruolo della militanza è stato fondamentale. Sono cresciuta da radicale e il metodo e le battaglie condotte mi hanno fatto capire che il problema non è quello di gestire il possibile, ma di inventarsi il probabile per modificare l’attuale. Continuo a ripetere che le battaglie condotte durante la mia vita dimostrano che cambiare si può. E se cambiare si può, provare si deve. È questo che auspico per le nuove generazioni, perché il vuoto non esiste. Se non lo occupi tu, lo farà qualcun altro.

Per le donne c’è posto nella politica? E a che condizioni?

L'articolo continua sulla rivista 50&Più di Marzo 2019






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