Capitano Ultimo
di Giovanna Vecchiotti
Dobbiamo riprenderci la strada, quella dove siamo cresciuti, dove abbiamo giocato a pallone... La strada siamo noi, dobbiamo sentirla nostra e difenderla dalla violenza. Questo vuol dire essere cittadini, non sudditi.
23 maggio 1992. Un ordigno posto lungo l’autostrada che unisce l’aeroporto di Palermo alla città, pone fine alla vita del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre agenti della loro scorta. 23 maggio 2009. Diciassette anni dopo la strage di Capaci, il Capitano Ultimo e i suoi volontari costituiscono un’associazione, “I Volontari di Capitano Ultimo”, il cui scopo è quello di difendere i deboli e camminare a fianco dei giovani a cui trasmettere gli ideali di solidarietà e di legalità, la protezione e la valorizzazione dell’ambiente, la promozione della cultura e dell’arte, la tutela dei diritti civili. «E lo facciamo basandoci su quei “piccoli” concetti che sono la legge e il rispetto delle regole, che devono essere sempre presenti contemporaneamente.
Ma, soprattutto, lo facciamo attraverso l’esempio. I valori vanno trasmessi con l’esempio e chi lo fa, anche se è un mendicante, anche se ha 15 anni e i capelli verdi, va seguito. Noi non vogliamo esibire, non vogliamo trincerarci dietro parole. Noi vogliamo fare, creare, costruire». Chi parla è Sergio De Caprio, meglio conosciuto come “Capitano Ultimo”, colui che ha materialmente catturato Salvatore Riina e combattuto in prima linea Cosa Nostra. E la “voglia di fare” di cui parla si è concretizzata a Roma, dove all’interno della tenuta della Mistica, vicino alla Via Prenestina, c’è un’area nella quale sorge una struttura residenziale preposta ad accogliere minori, la cui permanenza nella famiglia d’origine è considerata pregiudizievole per il loro sereno sviluppo.
Questa struttura, situata in un luogo particolarmente bello, cosa rappresenta e, soprattutto, qual è il suo scopo?
È su di un terreno che ci ha assegnato il Comune di Roma. Prima era occupato da una discarica di rifiuti poi, grazie al lavoro di tutti - dalle persone comuni fino alla Nazionale Cantanti - abbiamo creato questo spazio nel quale “parlare e fare legalità” attraverso il rispetto delle regole e la solidarietà. Abbiamo raccolto fondi, soprattutto mendicando, abbiamo ristrutturato e siamo riusciti a realizzare una casa-famiglia, delle aree-laboratorio, un orto didattico, una cucina solidale, una chiesa e una falconeria che ha un duplice scopo: quello di far conoscere i falchi, creature bellissime, ed utilizzare questi rapaci nella pet therapy rivolta a soggetti difficili, iperattivi o affetti da depressione o autismo, siano essi adulti o minori. La pet therapy con i rapaci è diversa da quella praticata con gli altri animali: il falco si può addestrare solo attraverso il premio e non alternando questo alle punizioni, altrimenti o ti aggredisce o fugge; quindi, l’unica strada da seguire è quella dell’amore e della gentilezza. La tecnica della falconeria è, dunque, metafora della vita, la stessa che ci rappresenta, dove educatore ed educando percorrono insieme un’unica strada: quella della non violenza...
L'intervista prosegue sulla rivista 50&Piu', numero di maggio 2012