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L'intervista: Lidia Ravera

«Mettiamo da parte la paura di invecchiare: la terza età è come l’adolescenza» 


Dalla pubblicazione di “Porci con le ali”, il libro scritto con Marco Lombardo Radice, sono passati quarant’anni. Nel frattempo, di libri, Lidia Ravera ne ha scritti trenta.  Oggi, ha da poco pubblicato “Il terzo tempo”  in cui racconta di una donna «che non e vecchia, ma che presto lo sarà»

di Giada Valdannini
foto di Antonio Barrella

«Ci sono troppi luoghi comuni, purtroppo incancreniti, di cui è difficile liberarsi. Categorie come “vecchi”, “anziani”, non hanno senso: c’è la vita e ci sono degli individui». La vede così Lidia Ravera, scrittrice e giornalista, che non a caso ha scelto di raccontare, nell’ultimo romanzo - Il Terzo tempo (Bompiani) -, Costanza, «una donna non vecchia; ma che presto lo sarà», una persona che non intende rinunciare ad essere felice, cedendo il passo agli anni. «Il cosiddetto “anziano attivo” - dice Ravera - è una persona attiva tutta la vita, che ha costruito occasioni di crescita, di studio, che si è informata, continuando a conoscere persone nuove. Senza paura. Si è così da subito: il proprio carattere non viene fuori a 65 anni». 

Cosa omologa, allora, gli anziani in una categoria?

La stessa cultura consumistica che tende a ragionare per categorie, a dire “i giovani”, “gli anziani”, “le donne”, sentenziando a partire da queste strutture illegittime.

Steccati, dunque. Che si superano come?

Partendo da se stessi. E in questo, noi donne siamo le prime ad avere il terrore di invecchiare; a considerare la vecchiaia uno scadimento della vita; della propria persona; la fine del proprio fascino. Un evento di cui vergognarsi come fosse un crimine. Ci sono quelle che mentono sull’età, quelle che si liftano, quelle che si liposucchiano, attuando ogni malvagità contro il proprio corpo, per negare la propria storia.

Eppure, sono in tanti a cedere alla trappola anti-aging... 

Una persona che mente sulla sua età, è una persona che non ama la sua vita. Che non è contenta di quello che ha fatto. Ce n’è, certo - mica che tutti abbiano avuto vite piene e realizzate - però, vorrei che arrivasse un messaggio valido per tutti.

Quale?

 

L'articolo continua sulla rivista 50&Più di Giugno 2017


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