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L'intervista: Michela Marzano   

«E’ SOLO RACCONTANDO L’AMORE CHE SI POSSONO NARRARE TUTTE LE NOSTRE FRAGILITÀ»


Scrittrice, accademica, ex parlamentare, ha una laurea in Filosofia che non ha lasciato nel cassetto, ma che l’ha aiutata ad acuire il suo sguardo sulla fragilità umana, grazie ad un’analisi rivelatrice, proprio come nel suo ultimo romanzo, Idda.

di Renato Minore


Dice Michela Marzano: «Sebbene siamo in tanti a rifiutare anche solo l’idea che, pian piano, non saremo più in grado di cavarcela da soli, il passare inesorabile del tempo è una realtà che riguarda ognuno di noi: invecchiare significa diventare fragili, dipendere dagli altri, non poter più essere in grado di fare tutto da soli». Le cifre che riguardano l’estensione di questo fenomeno sono impressionanti. E anche in Italia, sono ormai centinaia di migliaia coloro che vivono quotidianamente la realtà della demenza senile o dell’Alzheimer dei propri genitori o comunque di una persona cara. Ma che cosa vuol dire parlare di Alzheimer a un lettore di romanzi? «Significa accompagnarlo alla scoperta progressiva di una malattia che, ormai, colpisce tantissime persone», risponde Marzano che ha scritto Idda, un appassionato romanzo sull’identità, la memoria, la potenza carsica dei sentimenti con al centro un’anziana donna che sta perdendo la memoria. E aggiunge: «Quando gli amici mi chiedevano di cosa parlasse il libro, e io dicevo loro che raccontava la storia di una donna che si ammalava e perdeva progressivamente la memoria, ho scoperto che ognuno di loro aveva conosciuto o conosceva da vicino qualcuno affetto da demenza senile o da Alzheimer. E che, in fondo, ognuno di loro aveva non solo sperimentato il dolore immenso che si prova quando una madre o un padre non ti riconoscono più, ma anche acquisito pian piano la consapevolezza dell’importanza fondamentale del proprio passato». 

Ma perché una filosofa come Marzano, che ha anche altri strumenti per parlare d’identità e di memoria, ha scelto proprio la via della narrazione su un tema così forte e coinvolgente? Il racconto permette una comunicazione più diretta riducendone la complessità o, al contrario, è il percorso per una comprensione più profonda?

Attraverso i romanzi si riesce a parlare dell’esistenza e degli affetti in modo più profondo. Scrivere un saggio è semplice: c’è un’ipotesi, c’è una struttura, c’è un andamento logico-argomentativo, ci sono i riferimenti bibliografici. In un saggio, tutto torna. Col rischio, però, di lasciare da parte tutto ciò che nella vita non torna e non può quindi essere spiegato o argomentato. In un romanzo è tutto molto diverso, scrivendo emergono i sentimenti, le contraddizioni dell’esistenza, gli insuccessi e le speranze. Non si tratta di spiegare, ma di mostrare, di raccontare, di sorprendersi, a volte, di fronte alle azioni e alle dichiarazioni dei propri personaggi. 

Lei si è trovata accanto ad un’ persona malata di Alzheimer?

A me è accaduto con la mamma di mio marito, Renée, cui è tra l’altro dedicato Idda. Quando Renée si è ammalata, ed io ho cominciato a frequentarla e a starle accanto, è stata la sua fragilità a parlarmi, e a farmi capire tante cose di me che rifiutavo di vedere. Oggi purtroppo Renée non c’è più, non potrò mostrarle il libro che è nato, in fondo, anche grazie a lei - la storia di Annie s’ispira liberamente a quella di Renée -. Ma è lei, è Idda, che mi ha aiutato a capire ciò che resta quando si perdono pezzi interi della propria storia, la forza dell’amore che sopravvive all’oblio, il coraggio immenso che ci vuole per guardarsi in uno specchio e non fuggire dal proprio passato.

 

Ecco: Annie e Alessandra, con i loro percorsi di vita, sembrano ad un certo punto l’una specchio dell’altra?


L'articolo continua sulla rivista 50&Più di Luglio-Agosto 2019






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