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L'intervista: Yang Lian   

«LA MIA PATRIA È LA POESIA, LEI È LA SOLA OPPOSIZIONE AD UN MONDO IMPOSSIBILE»


È considerato il più grande poeta cinese contemporaneo, con una candidatura al Nobel. In esilio dai fatti di Tienanmen, ha trovato nei versi il luogo dove conservare la propria individualità. Perché la poesia - dice - è più vasta del mondo globale e attinge alle profondità della vita.

di Renato Minore


Yang Lian ha una convinzione profonda, la ripete più volte, in forme diverse, nel corso della nostra conversazione. 

Per lui «la poesia è nata, e continua a vivere, per la libertà del pensiero. Da quella classica a quella contemporanea la sua natura non si è in nulla trasformata. Oggi è anche più importante. Con la globalizzazione, il dominio del denaro e l’arbitrio del potere schiacciano l’individuo. La poesia diventa la sola opposizione a una condizione impossibile». Yang Lian, che può essere considerato il più grande poeta cinese contemporaneo con una candidatura al Nobel, ha sessantasei anni e vive in esilio a Londra dai giorni del massacro di Tienanmen. Le sue poesie, che hanno forma poematica, toccano gli stati d’animo di chi vive, in tempi e luoghi diversi, condizioni di dolore e di perdita e nello stesso tempo di denunzia e di attesa. Una in particolare, ancora inedita, si chiama Un chicco d’uva sprofondato nella terra, per i terremotati de L’Aquila, scritta per un recital nella città abruzzese dove Yang Lian ha ottenuto il “Laudomia Bonanni”, un riconoscimento per poeti contemporanei come Evtusenko, Adonis, Walkott, Takano, Darwish, Zach, Marc Strand, Zagajewski, Deane, Simic Ben Jeoullun, Addad, Sanguineti. In primo piano nei suoi versi la figura di un bambino che “studia il battito cardiaco della pietra”.

Chiedo a Yang Lian che cosa l’abbia “ispirato”: il pensiero della città devastata dal terremoto, china sulle sue macerie? Le immagini di dolore che hanno fatto il giro del mondo? «L’ispirazione nasce sempre dalle esperienze più terribili. Siamo fatti per cadere come grappoli d’uva, ma il dolore della morte è una lezione per noi e per la terra, una lezione sulla crudeltà del destino. E anche sulla necessità che a esso ci si opponga con la forza e la speranza di ricominciare che oggi penso attraversi la gente aquilana. Il nostro dolore dovrebbe essere ricordato dalle generazioni che cresceranno in quei luoghi; in questo modo la poesia avrà compiuto il suo processo di trascendenza».

A proposito di Tienanmen, ha scritto che il pianto lava i ricordi. Piangere è dimenticare?

Tienanmen ha spinto la realtà politica fino alla superficie dei miei scritti, come persona e come poeta. Piangere non sempre significa dimenticare. Temo però che per Tienanmen lo sia stato. Vedendo la gente piangere, il mio unico pensiero fu: ma si ricordano delle morti avvenute prima di questo giorno? Se non è così, chi può garantire che queste lacrime non saranno asciugate? Piangere e poi dimenticare, dimenticare ma poi piangere ancora: in quale circolo senza speranza siamo precipitati!

Lei è in esilio dai giorni di Tienanmen. L’ultimo verso di una poesia scritta per l’occasione, parla di quell’anno «come esito o prolungamento di una situazione mai cambiata». Da quel momento l’esilio è diventato la condizione della sua esistenza e della sua scrittura?

Mi considero ancora un esule; l’unica differenza è che gli slogan della Guerra Fredda oggi non valgono più. Siamo di fronte a un problema più profondo, a una crisi spirituale globale. Un sistema di valori completamente alterato ha reso il pensiero delle persone del tutto vacuo, l’unica cosa possibile è avere tra le mani ciò che soddisfa l’immediato interesse. Per conto mio, la poesia non è mai stata più importante di ora. È l’unico - forse ultimo - luogo in cui si può conservare l’individualità. Di conseguenza, il nostro, il mio esilio oggi è un’esperienza assoluta, estrema, totale. Bisogna accettarlo perché così torniamo al punto iniziale, all’origine della poesia.

“Non vengo da nessun luogo, non mi trovo in nessun luogo”: è questa la sua condizione d’esilio?


L'articolo continua sulla rivista 50&Più di Settembre 2019






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