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Nuovi disoccupati: più laureati e OVER 50

Laureati e over 50, è l’indentikit dei nuovi disoccupati in Italia. È quanto emerge dai dati elaborati dal Centro Studi “Datagiovani” per Il Sole 24 Ore. Il tasso di disoccupazione tra i laureati è al 43%, per gli over 55 l’aumento è del 60%.

di Valerio Maria Urru

Agli estremi della forbice i problemi sono gli stessi. Ce n’è abbastanza per dire che non esiste alcuno scontro generazionale e che nessuno ruba il lavoro a nessuno. Anche perché, parliamoci chiaro, di lavoro non ce n’è o ce n’è davvero poco. Così le vittime “illustri” di questa crisi occupazionale ed economica sono sempre gli stessi: chi vuole entrare nel mondo del lavoro e chi invece è vicino all’uscita. Sembra facile, eppure il tunnel si allunga per entrambi. Per i giovani l’ingresso si allontana, per i senior si allontana la pensione. Una delle possibili soluzioni al problema può essere la staffetta generazionale che propone contratti di solidarietà tra queste due ali generazionali.

Il dramma della ricerca. Quattro giovani su dieci non trovano lavoro, ma i più anziani non possono dire di stare sereni: restano loro le vittime “preferite” dell’emorragia occupazionale. Un breve profilo di questi ultimi lascia intravvedere anni di esperienza, titoli di studio elevati ed una concentrazione geografica nel Nord del Paese, lì dove si sente di più la crisi internazionale.

Crescono le iscrizioni al collocamento. Un segnale d’allarme importante e grave che conferma quanto appena detto: l’Istat ha precisato che nel corso del 2012 si sono iscritte al collocamento 367.000 persone, ovvero quasi un quarto di più rispetto all’anno precedente. Ad ingrossare le fila degli iscritti sono soprattutto ex lavoratori in cerca di un nuovo posto. Se li vengono sommati a chi cerca il primo lavoro e a chi cerca di nuovo dopo anni di stop, superano quota 600.000. Tutto questo in esercito sempre più vasto di disoccupati giunto alla soglia dei 3 milioni.

Focus sull’età. I dati pubblicati da Il Sole 24 Ore, elaborati dal Centro Studi “Datagiovani”, sono avvilenti: gli espulsi dal lavoro nel 2012 sono cresciuti annualmente del 23%; oltre la metà hanno almeno 35 anni. Ma se gli under 25 rappresentano il 17% del totale, gli over 45 sono oltre un quarto con un aumento record del 43% dal 2011 al 2012. Se poi si guarda agli over 55, si arriva addirittura al 60%; persone con una famiglia da mantenere, per le quali trovare un lavoro dopo i 50 è difficile. Quando poi riescono a trovarlo, il reddito si rivela più basso.

Tra i giovanissimi, seppur alta, la disoccupazione resta inferiore rispetto ai senior. I primi infatti di solito non perdono il lavoro, ma hanno più difficoltà a trovare il primo impiego. O, a causa dei contratti a termine, vivono periodi di disoccupazione molto lunghi tra un contratto e l’altro. Un dato confermato dal Ministero del Lavoro: per gli under 35 gli inserimenti sono calati del 3,5%. Ha pesato 6 volte su 10, nel 2012, il mancato rinnovo dei contratti a termine. Inoltre, nel 34% dei casi, è stata la chiusura dell’attività la causa del licenziamento.

I Laureati e la parte bassa del mercato. A soffrirne di più - anche se rappresentano solo il 14% dei nuovi disoccupati (circa 50.000) - sono i laureati, che hanno visto aumentare del 43% il tasso di disoccupazione rispetto al 2011 contro il 18% dei diplomati. «La parte più pregiata del capitale professionale del paese – commenta Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all'Università Bocconi, a Il Sole 24 Ore – è quella che registra il maggior incremento di jobless, un segnale eloquente che le imprese investono sempre meno nella produzione a valore aggiunto, rifugiandosi nella fascia bassa del mercato, quella in cui si compete sul prezzo e non sulla qualità».

Il Nord è alla testa di questa triste classifica dei senza lavoro. La fetta più ampia di braccia “sottratte” alla produzione giunge da lì, con più di 160.000 espulsi (+ 40%). Sono soprattutto uomini (62%), in ascesa di un quarto sul 2011. La crescita maggiore rispetto al 2011 si è verificata tra imprenditori e liberi professionisti (+ 78%). Un’ulteriore dimostrazione dell’elevato tasso di mortalità delle piccole imprese, artigiane e commerciali.
Pubblicata in: Lavoro

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