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La “staffetta” giovani e anziani

Il lavoro scarseggia e il saldo occupazionale resta negativo. In Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Lombardia partono i contratti di lavoro di solidarietà tra senior e junior.

di Valerio Maria Urru

Dal 2008, inizio della crisi economica, il crollo delle assunzioni nelle aziende è continuato senza sosta e, secondo i dati Istat, a gennaio il tasso si disoccupazione è salito all'11,7% contro l'11,3% di dicembre. In un anno abbiamo perso oltre 500 mila posti di lavoro. Complessivamente sono 2 milioni e 999 mila le persone senza lavoro. E il futuro non fa ben sperare, anzi: 
l’Europa stima che  la disoccupazione in Italia nel 2014 toccherà il 12%.

Il dato più allarmante che colpisce l’Italia è quello sulla disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni al 38,7%. Per favorire maggiori possibilità di impiego, pur in una situazione di crisi economica, in alcune regioni del Nord Italia si stanno sperimentando nuovi contratti di lavoro che mettono insieme l’esperienza dei lavoratori più adulti, che con la riforma delle pensioni andranno in pensione più tardi, e i giovani che si affacciano nel mondo del lavoro. In pratica i lavoratori più anziani rinunciano a parte del loro stipendio, a fronte di una riduzione dell’orario di lavoro, per far subentrare una giovane risorsa. Al riguardo esiste anche una norma nazionale messa a punto dal Ministero del Lavoro, approvata già lo scorso ottobre, ma di cui si attende la registrazione presso la  Corte dei Conti. Ma da dove nasce l'idea della “staffetta giovani-anziani”?

Tutto parte da Padova. “Solidarietà tra lavoratori senior e junior”, “patto generazionale”, “staffetta”: tanti i nomi delle iniziative per creare occupazione puntando sulle risorse umane. Nel 2009, la proposta è partita da Padova. Grazie agli sgravi fiscali previsti da diverse finanziarie, ma mai attuati, si attivava un “apprendistato del terzo millennio”, che da una parte garantiva nuove assunzioni, dall’altra manteneva occupati i lavoratori prossimi alla pensione. Tutto però è rimasto fermo.

In Friuli-Venezia Giulia. Per il 2013 questa Regione ha stanziato per il lavoro 41 milioni di euro, una cifra in cui sono compresi i cosiddetti “contratti di solidarietà espansivi”, accordi che permettono ai lavoratori con più di 50 anni di accedere al part-time in cambio dell’assunzione di giovani. Una volta assunti giovani con contratto di apprendistato e/o a tempo indeterminato, la Regione versa all’Inps l’integrazione per quei lavoratori della stessa azienda che accettino volontariamente il contratto part-time.


In Lombardia. Dallo scorso dicembre Assolombarda (leggi qui l'articolo completo) Parti Sociali e Regione stanno realizzando un “ponte generazionale” per accompagnare alla pensione i lavoratori più maturi e far entrare i giovani in azienda: da una parte, i lavoratori a cui mancano non più di 36 mesi per la pensione; dall’altra, i giovani con almeno 18 anni. Il rapporto di lavoro si può concordemente trasformare da full-time a part-time, la Regione a quel punto ha 15 giorni per confermare l’accesso agli incentivi e il datore di lavoro, nei 45 giorni successivi all’accordo, deve assumere un giovane con contratto di apprendistato o a tempo indeterminato. Non è tutto: lo stesso lavoratore fruisce di un ri-orientamento, un’attività di coaching o un percorso verso nuove attività.


In Piemonte. Qui il progetto sperimentale punta a finanziare i contributi per i neoassunti con la dote contributiva accumulata a fine carriera dai lavoratori che posticipano il pensionamento. Questi ultimi, tuttavia, non vedranno aumentare di molto il loro assegno pensionistico. Di tale “fondo” Inps beneficerebbero i più giovani, sebbene con modalità che vanno ancora individuate sul piano normativo.

Cosa pensano gli interessati. La società Gfk Eurisko a gennaio 2013 ha intervistato un campione di 600 cittadini italiani, occupati, di ogni età. I contratti generazionali sono stati approvati da oltre il 50% degli intervistati, i quali pensano che i lavoratori over 60 possono contribuire in modo nuovo: per l’85% possono restare al lavoro ma rallentando la mole di impegni; per il 59% potrebbero legare la retribuzione ai risultati, aumentando la quota di stipendio variabile. C’è poi una fetta di scettici - il 48% - per la quale a 60 anni non tutti possono dare il massimo di sé. Per il 91% è necessario l’impegno delle aziende per gestire l’allungamento dell’età pensionabile, mentre per il 78% sta alla capacità di ognuno mantenersi professionalmente in forma. Emerge anche un altro dato: per il 65% i giovani non sono esigenti o scansafatiche, anche se solo il 53% ritiene abbiano grande rispetto per chi può trasmettere esperienza. Per il 96% i manager devono aiutare i più giovani a inserirsi e il 45% afferma che i giovani tolgono il posto ai più anziani solo quando il minor costo prevale su tutto. Quasi il 93% trasmetterebbe la sua esperienza ai giovani e il 70% sarebbe disponibile a ridurre orario e retribuzione ma con una contribuzione pensionistica pari al tempo pieno precedente. Pochi concorderebbero una riduzione secca di orario e retribuzione (44%) e ancora meno accetterebbero un pensionamento anticipato con decurtazione della pensione per assumere un giovane (32%).

Ultimo aggiornamento: 2 marzo 2013


Pubblicata in: Lavoro

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