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L'Italia riparte con le START UP

Possono rappresentare un modo concreto per aiutare l’Italia. Nelle start up il vero capitale per iniziare sono, naturalmente, sempre le idee. Ma solo quelle innovative.

di Giada Valdannini
Articolo tratto dalla rivista 50&Più numero di gennaio 2013 e realizzato nell'ambito dell’inchiesta dedicata alla crisi del mercato del lavoro in Italia dal titolo Ricomincio da me.

Sfoglia l’anteprima on line del numero di gennaio 2013.

Il nuovo che avanza si chiama start up. Aziende ultratecnologiche, sempre più diffuse nel nostro Paese. Tracciarne un profilo è piuttosto difficile, ma si tratta di attività ad alta vocazione tecnologico-innovativa. Il valore aggiunto sta nel capitalizzare un’idea e all’Esecutivo Monti va il merito di aver provato a definirne i contorni. Eppure - proprio mentre andiamo in stampa - questa prospettiva sembra vacillare. La crisi di Governo potrebbe compromettere l’approvazione del Decreto “Crescita 2.0“ in cui sono contenute misure vitali per lo sviluppo di queste realtà. Le norme in esso contenute, per la prima volta in Italia, introducono un quadro organico che favorisce lo sviluppo delle start up, con 200 milioni di euro tra incentivi e fondi per investimento, garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Per beneficiarne, bisognerebbe aderire a requisiti piuttosto stringenti: essere società di capitali con sede in Italia, controllate almeno al 51% da persone fisiche, con obbligo di fatturazione massima entro i 5 milioni di euro annui; è necessario investire in ricerca e sviluppo almeno il 20% del fatturato e avere 1/3 del personale composto da dottori di ricerca o ricercatori. E i finanziamenti non durano più di quattro anni. Non si tratta solo di realtà digitali, ma di imprese che spaziano dal campo biomedicale a quello della robotica, passando per l’informatica; in sostanza, aziende che rinnovano il tessuto produttivo facendo innovazione tecnologica. Parte integrante del progetto, la campagna di recupero fondi sul web, definita “virale“ - a mo’ di virus - tanta è la diffusione.

L’obiettivo è trovare investitori (business angels) che condividano il rischio d’impresa. Ecco perché, molti startupper (imprenditori del settore) non si ritengono preoccupati per il “Decreto 2.0“: il sostegno pubblico è una risorsa; non l’unica. Sta di fatto che «per la prima volta dai tempi dello scoppio della bolla della New Economy c’è un fermento positivo - ha detto di recente Andrea Rangone, responsabile dell’Osservatorio Start up del Politecnico di Milano -. Il decreto semplificherebbe la vita delle start up in fase di costituzione, gestione e chiusura, riducendo gli oneri amministrativi e intervenendo sulla normativa fallimentare». Per Corrado Passera: «Un Paese cresce se ha imprese così».
 
Ma quante sono e qual è la loro diffusione? Indigeni Digitali ed Intervistato.com, in collaborazione col blog La Nuvola del Lavoro del Corriere della Sera, ne stanno promuovendo una mappatura. Sul sito http://startup.indigenidigitali.com/ se ne contano al momento 486 ma si immagina siano molte di più.

Secondo il sondaggio 2011 Startups in Italy. Facts&Trends
- realizzata dalla Fondazione “Mind the Bridge“ - il fenomeno start up è in crescita. Su un campione di circa 100 imprese, spicca il mondo web (60%) e dell’Ict (25%); poi Cleantech e Biotech (con il 10% e 5%), mentre l’imprenditore tipo è uomo, trentaduenne, residente al Centro Italia (39%) o al Nord (35%).

E allora, cosa manca a queste realtà per decollare? Secondo molti imprenditori sarebbe il caso di seguire l’esempio statunitense, dove i fondi pensione si usano come investimento, con gli Enti previdenziali che in Italia giocherebbero un ruolo fondamentale. Per alcuni di loro, quel che manca nel nostro Paese sono i capitali.

Per saperne di più e capire le caratteristiche di una start up, abbiamo scelto “NewGusto”, una community attiva da circa un anno, un social network gratuito indirizzato a chi ama viaggiare, conoscere e sperimentare la buona tavola. Possibilmente, in modo informale. Niente ristoranti né guide, ma accoglienza genuina a casa di amici. Che li si conosca o meno, poco importa; quel che conta è la voglia di sperimentare entrando in contatto con persone da un capo all’altro del mondo. Così nasce “NewGusto“, per far conoscere cuochi casalinghi - quindi non professionisti - e viaggiatori che non si accontentino di essere turisti. Basta accreditarsi sul sito come chef - per accogliere - o visitatori - per essere ospitati - e il gioco è fatto. O quasi. Il resto sta alla comunità virtuale che valuta e segnala le migliori tavole cui sedersi e l’accoglienza più calorosa. “Share your kitchen” (Condividi la tua cucina) è lo slogan di Cristiano Mazzocchetti che, insieme a Giovanni Di Gregorio, Graziano Romanelli e Antonio Ruscitti, ha dato vita a “NewGusto“.

Cristiano Mazzocchetti, come funziona NewGusto?

NewGusto.com si rivolge a quanti credono che una buona tavola sia il miglior posto dove incontrarsi per scambi culinari e culturali. Su “NewGusto“, appena iscritti, si è pronti per viaggiare alla scoperta di cucine e piatti di tutto il mondo a casa di nuovi o vecchi amici. L’esperienza si fa più intensa e completa decidendo di caricare un menù sulla propria pagina diventando cuoco.

Quante persone ci lavorano dietro?
Lo sviluppo di “NewGusto“ e la normale attività del portale sono garantiti solo dal lavoro dei quattro soci, anche se, saltuariamente, si ricorre a competenze esterne.

La sicurezza di coloro che aprono casa e di chi è ospite come si garantisce?
NewGusto.com non è il primo servizio che porta l’online nell’offline (cioè sul web ciò che avviene nella realtà, ndr), ad esempio Couchsurfing mette in contatto milioni di persone che cercano un divano dove dormire con chi offre loro ospitalità. La sicurezza, o meglio, la reputazione dell’ospite e dell’ospitante su “NewGusto“ viene garantita sia da un sistema di feedback sia da valutazioni pubbliche che danno la possibilità di conoscere l’altro attraverso link e rimandi ai principali social network.

Il pasto si paga?
I cuochi possono scegliere liberamente se offrire il pasto gratuitamente o se chiedere un rimborso o una quota di partecipazione alle spese.

Accreditarsi come cuochi può diventare un lavoro o è solo il piacere dell’accoglienza?

Dimostrare le proprie abilità nella preparazione dei piatti è sicuramente un piacere che, comunque, col tempo, può trasformarsi in un hobby remunerato.

Cosa distingue una start up da una comune attività commerciale?
Facendo una rapida ricerca sul web la definizione di start up è “l’operazione e il periodo durante il quale si avvia un’impresa”. Dunque, definizione apparentemente semplice e molto simile ad una comune attività commerciale. Nella realtà lanciare una start up prevede di individuare il progetto da realizzare, trovare le competenze necessarie per sviluppare l’idea, applicare il Business Model (come un’azienda crea, fornisce e acquista valore, ndr) ed, infine, reperire soldi e finanziatori che credono nel prodotto. La start up, in sintesi, è un’attività commerciale ove il valore aggiunto è dato dall’ideazione del prodotto da commercializzare. 

Voi come ne traete profitto?
E' ancora presto per parlare di profitto. Abbiamo diversi Business Model da poter sviluppare in futuro.

C’è bisogno di un grosso capitale iniziale per mettere in piedi una realtà come la vostra? E come reperire i fondi?
Fino ad ora la nostra idea e la relativa realizzazione sono state portate avanti a costo zero o, per meglio dire, con pochissimi soldi, per via delle competenze dei soci: Giovanni Di Gregorio (CEO e developer), Graziano Romanelli (designer) e Antonio Ruscitti (iOS developer). Il prossimo step sarà di iniziare a fatturare e trovare finanziatori che vogliano condividere con noi il rischio d’impresa.

Che consiglio darebbe a un over 50 che volesse creare una start up?

Crederci, parola d’ordine categorica. Soldi e finanziamenti sono necessari ma servono a poco se non si crede e persegue l’idea che è sempre alla base del progetto.

Il Governo Monti si è mosso in modo adeguato per incentivare le start up? E l’Europa cosa fa sul piano dei finanziamenti?
Non conosco approfonditamente quanto la Politica nazionale e europea stiano facendo per incentivare le start up. Ma, ripeto, alla base di una start up c’è un’idea e solo il pensiero di rinchiuderla entro le maglie burocratiche la destina al fallimento. Una start up dev’essere veloce, fulminea e capace di adattarsi repentinamente ai cambiamenti, caratteristiche che ben si combinano con un finanziamento di fondi privati. Affidare la riuscita a un finanziamento pubblico sarebbe come cercare di vincere una discesa libera affidandosi ad un paio di sci da fondo.

Come avviare una start up in 5 mosse
1. Puntare su un’idea e costituire una società
Creare un servizio o un prodotto di cui il mercato o la rete abbiano bisogno. La registrazione della società si può fare online, con un’autocertificazione sul sito della Camera di Commercio. Per le start up innovative non ci sono diritti di bollo, di segreteria e di iscrizione da pagare (con un risparmio di quasi 500 euro).

2. Definire il capitale e gestire la contabilità

Prima della costituzione va versato almeno il 25% del capitale sociale se si ha un socio, il 100% se si è soli. Il notaio costa almeno 1.000 euro più le spese per la vidimazione dei libri (circa 400 euro). Tenere in considerazione che sarà necessario un commercialista per cui prevedere almeno 10mila euro l’anno.

3. Cercare i soldi
Si possono trovare finanziatori attraverso i siti internet: si chiama crowfunding.

4. Avere i dipendenti come soci
Le start up possono contare su contratti flessibili con la possibilità di far partecipare i dipendenti
al capitale della società. Previste assunzione a 36 e 48 mesi, prima che diventino contratti a tempo
indeterminato, con un’esenzione previdenziale significativa.

5. Puntare a vendere
A differenze delle storiche aziende cui siamo abituati, lo scopo delle start up è brevettare un prodotto o un sistema che siano vendibili. Non un’attività che si tramanda di padre in figlio, ma che acquista valore tanto più rapida e ben remunerata è la vendita. L’importante è creare dei Business Model (come un’azienda crea, fornisce e acquista valore, ndr) da sviluppare anche successivamente.


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