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Censis: l’ombra dei POTERI finanziari

Un ritratto a tinte cupe quello dell’ultimo Rapporto Censis 2011, con la politica che ha abdicato a favore di una sistema finanziario in grado di dettare ormai le regole. Resta comunque una speranza nella nostra società: la costante ricerca di relazioni volte a rappresentarci per poter "decidere".

C’era grande attesa a Villa Lubin, sede del Cnel, lo scorso 2 dicembre. Alla presenza di Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, rispettivamente presidente e direttore generale del Censis, è stata presentata la 45ª edizione del Rapporto Annuale Censis 2011.

Il Rapporto giunge in un momento di estrema delicatezza della politica interna italiana e della fase congiunturale che stiamo vivendo. Le prime due parti del Rapporto - «Considerazioni generali» e «La società italiana al 2011» - non lasciano molti dubbi sullo stato di salute della nostra società, rivelatasi in questi mesi fragile, isolata ed eterodiretta. Fragile, perché sebbene nel picco della crisi, vissuto tra il 2008 ed il 2009, l’Italia abbia avuto una tenuta superiore rispetto al previsto, incassando una good reputation internazionale, ora questa debolezza emerge con maggiore forza e si lega a doppio filo ad una crisi che viene da un "non governo" della finanza globalizzata. All’interno si esprime nel sentimento di stanchezza collettiva e di fatalismo rispetto alla questione del debito pubblico. Isolata, perché l’Italia resta un Paese fuori dai grandi processi internazionali, rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai grandi mutamenti geopolitici in Nord Africa e ai soggetti emergenti dell’economia mondiale. Eterodiretta, perché gli uffici europei ne hanno dettato l’agenda.

Gli antichi punti di forza dell’Italia - la capacità di adattarsi e la generazione di processi di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa - non riescono a rimetterla in moto. Persino nell’uso del linguaggio, l’Italia ha vissuto gli ultimi mesi esprimendosi con concetti che non hanno nulla a che vedere con le preoccupazioni collettive. Parole come default, rating, spread hanno finito con l’associarla alla cultura e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini.

La dialettica politica - secondo l’ultimo rapporto Censis - è quindi prigioniera dei poteri forti della finanza: un risultato prevedibile vista la personalizzazione del potere che negli ultimi venti anni ha impoverito le forze di governo, creando un deficit politico che ha favorito la polarizzazione decisionale del mercato e del potere finanziario. In questo senso l’analisi del Rapporto è molta netta: una società complessa come la nostra non può vivere affidando le persone ad un mercato turbolento, lasciando la tenuta dell’ordine a ristretti circuiti finanziari non sempre trasparenti. È illusione pensare che i poteri finanziari creino sviluppo, perché questo è determinato da energie e convergenze collettive.

Fortunatamente qualche lampo di luce sembra apparire di tanto in tanto. Lo sviluppo, anche se in modo lento, segue tracce solide come il valore dell’economia reale e quello della rappresentanza. Così, nella terza e quarta parte del Rapporto - «Settori e soggetti del sociale» e «Mezzi e processi» - vengono analizzati gli aspetti della formazione, del lavoro e della rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

L’exit strategy dalla crisi potrebbe rivelarsi proprio il costante primato dell’economia reale, nonostante il trionfo di quella finanziaria. Negli ultimi 50 anni l’economia italiana è cresciuta grazie alla piccola e media imprenditoria, alla vitalità territoriale, alla coesione sociale, alla forza economica delle famiglie, alla diffusa patrimonializzazione immobiliare: fattori essenziali che possono aiutare a superare anche l’attuale crisi, senza nulla togliere alla difesa degli interessi internazionali.

Eppure alla crisi non è arrivata una reazione omogenea, ma una risposta articolata e differenziata, con "minoranze attive" fedeli alla sfida imprenditoriale ma che non riescono a trainare il resto della società, i "borghigiani" che hanno scelto un’alta qualità di vita, il "ceto medio" impaurito dalla prospettiva di uscire dalla fascia intermedia, la parte marginale della società resa ancora più fragile dalla crisi.

I germi della conflitto sociale ci sono tutti e trovano terreno fertile nell’aumento delle diseguaglianze. Secondo l’analisi del Rapporto, una valida risposta alle tensioni passerebbe attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali, gli unici in grado di dare più respiro alla società italiana. Lo si deduce dalla diffusione dei social network, dalle aggregazioni spirituali, dalla crescita di forme amicali collettive, dallo sviluppo di aggregati che suppliscono al welfare pubblico.

Il Censis delinea, pertanto, anche una parte sana di questa società: il turbinare di relazioni quotidiane che esprime anche il bisogno di sedi e meccanismi di rappresentanza, dove le parti possano contribuire alle decisioni; perché sempre secondo il Rapporto: «Il vuoto lasciato nella fascia intermedia della società dalla polarizzazione fra il mercato e la verticalizzazione finanziaria può essere riempito soltanto dalla rappresentanza».

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