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RIFORMA del Lavoro: sì del Senato
Sono stati approvati i quattro maxiemendamenti al DdL Fornero. Ora tutto passa alla Camera che entro giugno dovrà liberare la nuova Riforma. Via libera alle modifiche all’Articolo 18 e ammortizzatori sociali, norme sulle politiche attive, servizi per l’impiego, formazione e coperture finanziarie.

Dopo essere passato per il Senato, il testo della Riforma del Lavoro arriva alla Camera per l’approvazione definitiva a giugno. Neanche a farlo apposta i primi ostacoli sono stati rimossi proprio nel giorno in cui la Commissione Europea sollecitava l’Italia ad adottare la Riforma in modo prioritario. I contratti, le modifiche all’Articolo 18 e gli ammortizzatori sociali (Aspi, mini-Aspi e una tantum per i collaboratori a progetto) hanno avuto l’approvazione dei senatori, così come le altre due tornate relative alle norme sulle politiche attive, ai servizi per l’impiego, alla formazione e alle coperture finanziarie. Sui quattro maxiemendamenti, realizzati per “spacchettare” il Ddl, hanno il Governo ha posto la fiducia per blindarne il provvedimento, data la pioggia di emendamenti ricevuti. La palla passa ora alla Camera per l’approvazione definitiva entro giugno, rispettando l’impegno assunto dal premier Monti con l’Europa.

I numeri dell’approvazione
Il primo maxiemendamento, su contratti e Articolo 18, è stato approvato con 247 voti favorevoli e 33 contrari. Il secondo maxiemendamento, sugli ammortizzatori, ha ricevuto 246 sì e 34 no. Il terzo maxiemendamento ha avuto a favore 239 senatori e contro 31. Subito dopo questa approvazione è iniziata la chiamata per il quarto maxiemendamento sulle misure a sostegno della maternità e paternità, le politiche attive per il lavoro e la copertura: ha incassato 238 voti a favore e 33 contrari.

Le reazioni delle Opposizioni e del Ministro
Al momento dell’annuncio da parte del ministro Giarda di suddividere il Ddl in quattro provvedimenti di fiducia, le opposizioni hanno criticato aspramente la Riforma. Per il Ministro Fornero, invece, dopo l’esame in Commissione Lavoro, il Ddl risulta migliorato e sull’Articolo 18 il compromesso trovato non solo è equilibrato, ma si allinea agli altri Paesi europei: il Governo non ha annullato l’Articolo, ma ha limitato alcune applicazioni eccessivamente punitive verso le attività d’impresa. Vediamo quali.

Articolo 18: cosa cambia
 Alcune garanzie sono state riviste, ma non nel caso del licenziamento discriminatorio intimato per ragioni di credo politico, fede religiosa o attività sindacale, dove resta nullo. Per i licenziamenti economici il reintegro scatta nei cosiddetti casi di “manifesta insussistenza” del fatto se per giustificato motivo oggettivo. La procedura di conciliazione - obbligatoria nei licenziamenti economici - non potrà più essere bloccata per malattia “fittizia” del lavoratore, fatta eccezione per maternità o infortuni sul lavoro. Anche i giudici nella scelta del reintegro, nei licenziamenti disciplinari (giusta causa o giustificato motivo soggettivo) avranno minore discrezionalità: il reintegro sarà deciso solo in base ai casi previsti dai contratti collettivi.

Contratti, partite Iva e Aspi
Sul fronte contratti per i co.co.pro. è previsto il salario base e si rafforza anche l’indennità di disoccupazione una tantum (6.000 euro per almeno 6 mesi di lavoro in un anno). C’è poi una minore stretta sulle partite Iva che verranno considerate vere solo in caso di incassi superiori ai 18.000 euro l’anno e con competenze teoriche elevate. Niente ammortizzatori per i condannati di mafia, stragi o terrorismo. Inoltre fino al 2015, in via però sperimentale, il lavoratore potrà incassare in un’unica soluzione l’Aspi per avviare un lavoro autonomo o una micro-impresa. Per l’apprendistato il rapporto apprendisti/professionisti non dovrà superare quello di 1 a 1 per le aziende con meno di 10 addetti. Le aziende che non rispetteranno, poi, il vincolo di stabilizzazione minima (30% nei primi 3 anni e 50% a regime) dopo 36 mesi potranno assumere un apprendista una tantum.
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