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Giovanni FALCONE, 20 anni dopo
Il 23 maggio saranno vent’anni dalla strage di Capaci. Il ricordo del giudice e della sua lotta al crimine, attraverso le parole della sorella Maria.

Un anniversario preceduto dall'atroce attentato alla scuola professionale "Morvillo Falcone" di Brindisi, dove è stata uccisa la studentessa Melissa Bassi, di soli 16 anni. Queste le parole rilasciate da Maria Falcone all'agenzia TMnews: "E' sempre in gioco la democrazia. Per quella è morto Giovanni, per quella è morto Paolo, per questo muoiono queste povere vittime innocenti. E' un colpo vigliacco, ma la speranza non si può uccidere mai - ha proseguito Maria Falcone - lo Stato e la democrazia è sempre più forte di questi vigliacchi".

Di seguito, l'intervista a  Maria Falcone rilasciata in esclusiva alla rivista 50&Più.

Articolo di Ilaria Romano tratto dalla rivista 50&Più di maggio.

l giudice stava rientrando a Palermo da Roma. Il suo aereo era atterrato  all’aeroporto di Punta Raisi, e come sempre accadeva dal 1989, quando era scampato a un attentato, la scorta lo attendeva per accompagnarlo in macchina fino alla sua città. Con lui viaggiava anche la moglie, Francesca Morvillo.

L’autostrada Trapani-Palermo sembrava tranquilla quel pomeriggio, ma qualcuno, all’altezza dello svincolo per Capaci, aveva già predisposto uno dei più terribili agguati che la mafia avesse mai organizzato: cinque quintali di tritolo sarebbero esplosi al loro passaggio, e avrebbero ucciso il magistrato, la moglie e tre degli agenti che viaggiavano nella macchina che precedeva quella della coppia. «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande», scriveva Falcone appena un anno prima nel suo libro Cose di Cosa Nostra.

Lui rappresentava entrambe le situazioni: aveva scelto di sfidarela mafia con le armi della giustizia e dato vita ad un metodo d’indagine nuovo per le organizzazioni criminali ma, negli  ultimi tempi, non aveva ricevuto tutto l’appoggio necessario al difficile lavoro che portava avanti. In molti, dopo la sua morte, ne hanno ricordato la solitudine, l’isolamento, quella nomina alla direzione degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia, vista più come un ripiego dopo la mancata nomina a procuratore capo di Palermo.

Da quel giorno la strage di Capaci non ha smesso di rappresentare la  violenza e la brutalità di Cosa Nostra, insieme all’attentato di via D’Amelio quando, appena 57 giorni dopo, venne ucciso anche il giudice Paolo Borsellino. Sono passati vent’anni da allora e, come ogni 23 maggio, in tutta Italia vengono organizzati eventi e iniziative per ricordare il giudice Falcone e parlare di Antimafia.

Naturalmente il cuore delle celebrazioni sarà Palermo, dove arriveranno anche le “navi della legalità” provenienti da Napoli e Civitavecchia, con a bordo studenti di ogni età e provenienza. «Il lavoro con i giovani  è fondamentale per alimentare una cultura dell’Antimafia - racconta la professoressa Maria Falcone, sorella del giudice e presidente della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone” - perché la  repressione, pure fondamentale, da sola non basta se non si agisce sulla cultura per cambiare quei  contesti in cui le mafie possono trovare terreno fertile per attecchire».

 La Fondazione è nata nel dicembre 1992, pochi mesi dopo le stragi, e da allora non ha mai smesso di promuovere attività di ricerca, studio e prevenzione rispetto al tema difficile e spinoso della criminalità organizzata. Dal 1996 ha ottenuto dalle Nazioni Unite il riconoscimento dello status di Organizzazione Non Governativa.

Professoressa Falcone, cosa è cambiato in questi vent’anni nella lotta alla mafia?
Sono stati fatti notevoli  passi avanti, anche nella mentalità della gente. Se oggi vediamo nascere fenomeni come “Addio Pizzo” e altre reti contro la mafia, vuol dire che la cultura della legalità sta crescendo. La risposta dello Stato è migliorata  negli anni, anche se non sempre con lo stesso tenore. La lotta alla mafia deve essere una delle priorità per  qualunque governo, soprattutto in tempi di crisi economica come quelli che stiamo vivendo.

Oggi la mafia è apparentemente meno violenta, ma si infiltra nei canali dell’economia “legale” con più facilità. Come si interviene?

In questi anni la mafia ha capito che non deve dare manifestazione di sé in  forma violenta. Proprio per questo,  una maggiore attenzione all’economia del Sud consentirebbe di  risanare la  situazione di tutta l’Italia. Bisogna portare nel Meridione più incentivi all’imprenditoria, e far sentire sicuro chi  vuole investire, facendo in modo che l’imprenditore mafioso non blocchi e monopolizzi il mercato. È soprattutto nella crisi che l'attenzione deve essere massima, perché è più facile che la  criminalità riesca ad infiltrarsi se ci sono spazi di manovra. Intanto, l’apparente debolezza della Cosa  Nostra di oggi ha reso più potente la  ‘ndrangheta, che ora è l’organizzazione che maggiormente si sta diffondendo al Nord, dove si investe, anche se le roccaforti restano al Sud. La mafia in Sicilia ha dovuto  affrontare le conseguenze delle morti eccellenti che ha provocato, così come la camorra è stata messa  pubblicamente in discussione, soprattutto dopo il caso letterario Gomorra di Roberto Saviano. In ogni  caso, non dobbiamo mai pensare di avere vinto.

Qual è il messaggio di suo fratello Giovanni che sente più  attuale?
Rileggendo i libri di Giovanni sembra di sentirlo parlare oggi. Trent’anni fa lui aveva già capito molte cose della mafia, e purtroppo non sempre è stato ascoltato. Oggi sento ripetere il suo messaggio  come se fosse una nuova scoperta. Il libro Cose di Cosa Nostra, per esempio, è una sorta di manuale di  lotta alla mafia e manifesta una conoscenza estremamente approfondita del tema. Per tenere vivo il suo  ricordo bisognerebbe continuare ad applicare il “metodo Falcone”: un modo scientifico di condurre le  indagini a tutto campo per fare in modo di arrivare a conclusioni comprovate e impossibili da smentire. Giovanni diceva che non bisogna portare le persone ai processi senza prima avere avuto riscontri oggettivi  sui fatti. Cosa volesse dire, l’ho scoperto dopo, quando ho cominciato io ad occuparmi di lotta alla mafia.

Avrebbe mai immaginato di occuparsi in prima persona di questi temi?
No, non avrei mai immaginato di  fare Antimafia. Certo, ero vicina a mio fratello e al suo lavoro, anche perché mi sono sempre occupata di temi giuridici, ma mai avrei pensato di andare a parlare ai giovani di tutta Italia. Era un tema estraneo alla mia vita, è diventato l’unico modo per andare avanti. E oggi posso dire che la memoria è stata mantenuta perché il ricordo di Giovanni è entrato nel cuore di tanti studenti, e con lui anche i suoi valori, come la  dedizione allo Stato e alla legalità per cui ha dato la vita.

Falcone in un cortometraggio.
ll 23 maggio a Palermo sarà proiettato in anteprima il cortometraggio del regista Pasquale Scimeca Convitto Falcone - La mia partita, tratto da un racconto di Giuseppe Cadili, per ricordare insieme alla Fondazione la figura del  magistrato. La storia racconta di Antonio, un giovane che grazie ad una borsa di studio entra nel convitto dove anche il giudice aveva studiato. E grazie al suo ricordo comincerà a riflettere sui temi della legalità e della giustizia.








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