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Legge di bilancio 2019: misure e costi annunciati

Tanti i nodi da sciogliere per il nuovo esecutivo: dalla Flat Tax al reddito di cittadinanza, dalla riforma delle pensioni al mantenimento degli impegni con l’Europa


di Gianni Tel, 50&Più

Si preannunciano densi gli impegni del nostro Governo nei prossimi mesi. Tra i più importanti vi sono il DEF (documento di economia e finanza) e poi il disegno di legge di bilancio per il 2019 - che dovrà essere approvato, con eventuali modifiche, dal Parlamento.
Per l’Italia si tratta del primo vero atto di indirizzo politico del nuovo Governo.

Molteplici i nodi importanti da sciogliere, a partire dalla riforma delle pensioni fino alla riforma fiscale che dovrebbe contenere l’attesa revisione delle aliquote, quanto meno un primo step:

  • taglio del primo scaglione IRPEF dal 23 al 22 per cento;
  • introduzione della Flat Tax soft per gli autonomi (15% fino a un tetto di 65 mila euro di ricavi e al 20% sulla parte eccedente fino a 100 mila euro).

Il costo sarebbe di 1,5 miliardi.

In attesa di detta manovra di bilancio le questioni di cui si discute oggi sono abbastanza tranquillizzanti; c’è la volontà di mantenere i conti in ordine e di non portare avanti un conflitto con l’Europa.

In generale, il nuovo esecutivo è intervenuto ad introdurre il reddito di cittadinanza, quota 100, dual / Flat Tax e la sterilizzazione della salvaguardia dell’aumento dell’IVA (che costa 12,5 miliardi di euro).

Ma vediamo brevemente come si configurano al momento le principali misure previste.

Il reddito di cittadinanza
Il primo passo verso l’introduzione del reddito di cittadinanza dovrebbe riguardare i pensionati e i centri per l’impiego. È d’obbligo in questi casi usare il condizionale.
Il reddito di cittadinanza è il capitolo più fluido e dovrebbe costare 17 miliardi di euro.
Qui le ipotesi sono diverse: sembra possibile che il Governo decida di iniziare con la pensione di cittadinanza, che potrà riguardare circa 3,5 milioni di pensionati con un costo di circa 4 miliardi di euro.

Questa pensione sarebbe pari a 780 euro mensili, cioè lo stesso importo indicato per il reddito di cittadinanza. Analoga anche l’applicazione: l’assegno dovrebbe coprire la differenza fra la pensione attualmente percepita e i 780 euro.

Quindi, per esempio, un pensionato che oggi riceve 500 euro al mese riceverebbe la differenza fino a 780 euro. Non è chiaro se questo beneficio sia destinato solo a coloro che sono già pensionati e percepiscono un assegno più basso rispetto alla nuova soglia di cittadinanza (è l’ipotesi più probabile) o se invece spetti anche a coloro che non percepiscono alcun assegno previdenziale, prevedendo un paletto di età.

Naturalmente, a regime, il reddito di cittadinanza riguarderà invece tutti coloro che sono sotto i 780 euro mensili, indipendentemente se abbiano o meno un reddito.
In altre parole, chi non guadagna nulla riceverà un assegno di 780 euro, chi invece ha delle entrate otterrà una integrazione fino alla soglia stabilita.

La differenza rispetto alla pensione è che per il reddito di cittadinanza sono previste una serie di regole per il riconoscimento lavorativo, ed è questo il motivo per cui saranno coinvolti i centri per l’impiego, con un costo di circa 2 miliardi di euro.

Il taglio alle pensioni d’oro
Fra i capitoli più caldi della riforma previdenziali, in arrivo con la Legge di Bilancio 2019, c’è il taglio alle pensioni d’oro, su cui il dibattito è molto acceso fra i due vice premier Di Maio e Salvini.

Al momento il meccanismo più semplice potrebbe essere un contributo di solidarietà per qualche anno da parte dei pensionati con pensioni al di sopra degli 80 mila euro l’anno.
I correttivi possibili prevedono l’innalzamento della soglia del taglio da 4 mila a 5 mila euro netti mensili e l’esenzione delle categorie che per legge o altri motivi sono state obbligate a lasciare il lavoro prima dell’età della vecchiaia (donne, dirigenti “esodati”, militari).
In questo modo la legge potrebbe essere messa al riparo dalle obiezioni di incostituzionalità, visto che la consulta si è pronunciata a favore di interventi proporzionati e temporanei.

Secondo i calcoli sarebbero 158 mila i pensionati sui quali verrebbe applicato il taglio, cioè coloro che, in media, sono andati in pensione a 61,6 anni di età (v. tabella).
La misura consentirebbe circa 500 milioni di risparmio l’anno. L’idea dei pentastellati è che tale somma dovrebbe servire a finanziare le “pensioni di cittadinanza” a 780 euro mensili.
Il taglio degli assegni potrebbe variare dal 3 a un massimo del 23%. Ma come va calcolato? Solo sulla parte retributiva eccedente gli 80 mila euro lordi, oppure su tutta la pensione retributiva? La proposta non è chiara e il risultato della simulazione può essere molto diverso.

La quota 100
Per il Governo si avvicina il momento della verità sulle promesse relative alle pensioni con la modifica alla riforma Fornero più volte annunciata.
La misura prevista dal 2019 e inserita nella prossima manovra economica è la quota 100, mentre la pensione anticipata con 41 anni di contributi, misura più costosa, slitta ai prossimi anni.

Anche la quota 100 rischia di essere troppo onerosa, se realizzata senza paletti.
Le ultime notizie parlano di un’opzione riservata ad una platea limitata di “aspiranti pensionati”, ai quali si dovrebbero applicare i seguenti requisiti:
  • minimo 36 anni di contribuzione e 64 anni di età;
  • massimo due anni di contribuzione figurativa utile al raggiungimento della “quota 100”, esclusi quelli derivanti da maternità e puerperio;
  • applicazione del sistema contributivo a tutti.
Se queste ipotesi saranno confermate la maggiore spesa previdenziale dovrebbe essere limitata tra i 3 e i 5 miliardi l’anno e rischierebbe lo smantellamento dell’APE sociale, che oggi prevede l’uscita già a 63 anni per alcune categorie svantaggiate come disoccupati, disabili, e addetti a mansioni usuranti.

Sappiamo bene che i processi di cambiamento contengono pericoli e potenzialità, tutto dipende da cosa si decide. Si tratta di procedure politiche complesse e articolate con un serio dibattito su i temi in trattazione.

Le minacce che incombono sull’economia del nostro Paese derivano non solo dalla crescente sfiducia degli investitori sull’operato del nuovo Governo ma anche da un indebolimento del PIL, dei consumi e dell’export.

Il professor Cottarelli ha recentemente sottolineato che “dobbiamo sperare che la congiuntura internazionale rimanga favorevole, perché se il ciclo si inverte e il nostro debito ricomincia a crescere rispetto al PIL, non ci salva nessuno dal rischio che lo spread aumenti. La fortuna non dura in eterno e i tempi sono sempre più stretti”.

Infine, in previsione delle particolari normative che prossimamente troveranno approvazione, per i chiarimenti e gli approfondimenti (possibili scelte, e tra queste, la più convenienti) si consiglia di rivolgersi al nostro Patronato 50&PiùEnasco, che con esperti operatori assiste da sempre gratuitamente su tutto il territorio nazionale.


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