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Donne e uomini “ESODATI”
Quanti sono? 65.000? 130.000? 350.000? Il dibattito sui numeri prosegue. Ma dietro i numeri ci sono persone che si trovano senza pensione e senza lavoro. Li hanno chiamati “esodati”. Vivono una vita in bilico ed è urgente una soluzione. Il ministro Fornero ha convocato per il 9 maggio i sindacati. Che sia la volta buona?

Dall’oggi al domani, nel dibattito politico italiano è piovuta la parola “esodati”. Un termine quasi “biblico” per indicare tutti coloro che si erano accordati per andare in pensione e che, con l’allungamento dell’età pensionabile della Riforma Fornero-Monti, rischiano di restare senza lavoro, senza assegno, senza alcuna copertura degli ammortizzatori sociali. Un limbo da cui è difficile uscire.

Esodati ma non “salvaguardati”
In tutto questo si aggiunge la distinzione operata dal ministro del Lavoro che ha parlato di 65.000 persone da “salvaguardare”, nulla a che vedere con quella platea indefinita di lavoratori che, passando dalla Cigs alla mobilità, rischia di rimanere senza tutele per l’innalzamento dell’età pensionabile. I “salvaguardati”, infatti, andranno in pensione con i vecchi requisiti, una distinzione contenuta in una lettera del 20 aprile ai leader sindacali che ricorda come per questi sia stata trovata una copertura economica di 5 miliardi al 2019. Entro il 30 giugno, inoltre, sarà varato un decreto interministeriale. Sono lavoratori in mobilità ordinaria per accordi sindacali sottoscritti entro lo scorso 4 dicembre, o collocati in mobilità lunga, titolari di una prestazione straordinaria a carico dei fondi di solidarietà sulla base di accordi collettivi, o autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione.

La soluzione? L’articolo 53
 Secondo il ministro, per gli “esodati” si dovrebbe tentare la carta di una nuova occupazione, non solo quella previdenziale, soprattutto se il tempo che li divide dalla pensione è lungo. Magari sostenendo uno sconto contributivo del 50% per un anno (nei contratti a termine) che può salire a 18 mesi (in quelli a tempo indeterminato), già previsto per i contratti di reinserimento e confermato dal Ddl della riforma del lavoro per le assunzioni degli over 50. Oppure sperimentare un graduale ricorso al part-time volontario associandolo a un incasso parziale della pensione (part-pension), attraverso accordi aziendali. Questi incentivi, se non avverranno modifiche, scatterebbero all’uscita di scena del contratto di inserimento.

L’intento del Governo
Ciò che il ministro cerca di fare è spalmare sulla superficie più ampia possibile la questione, di modo che non pesi troppo su un unico ammortizzatore. In questo caso, la graduale sperimentazione di forme di part-time e part-pension farebbe superare la transizione legata all’avvio della riforma pensionistica e - si spera - una volta usciti dalla recessione, potrebbe diventare normale. È una formula già utilizzata da tempo in altri Paesi europei per elevare il tasso di occupazione degli over 50-55 (in Italia quasi 10 punti in meno rispetto alla media europea). Il tema è stato ripreso anche nel Programma Nazionale di Riforma, allegato al Documento di Economia e Finanza, ed è strategico anche nei documenti dell’Anno Europeo per l’Invecchiamento Attivo.

Sgravi contributivi, dunque, per rilanciare l’occupazione di lavoratori anziani espulsi dalla produttività per via di crisi aziendali o di settore.  La riunione del 9 maggio prossimo dovrà iniziare a dare serie risposte.
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