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Pensioni, importi FERMI da due anni


Legge di Bilancio è passata, ma senza particolari capacità di ridefinire in meglio le condizioni di anziani e pensionati. Da anni di blocco perequativo, si è passati a rivalutazioni nulle.

di Gianni Tel, 50&Più

La Legge di Bilancio 2017 è stata approvata sul filo di lana a dicembre scorso. Una manovra finanziaria di circa 24 miliardi di euro, che si pone l’obiettivo principale di rafforzare la ripresa economica del Paese incentivando soprattutto i consumi dei cittadini. Non mancano le misure di carattere sociale anche se restano largamente insufficienti ad alleviare le condizioni sociali degli anziani e pensionati e c’è da augurasi che la nuova compagine di Governo possa apportare prossimamente positive modifiche sostanziali.

Perequazione pensioni 2017

Anche per il 2017 i trattamenti pensionistici non ottengono nessuna rivalutazione. Il decreto ministeriale Economia e Lavoro dal 17 novembre 2016 ha previsto la misura della rivalutazione definitiva 2015 a valere per le pensioni del 2016 e di quella provvisoria 2016 a valere da quest’anno. In entrambi i casi la percentuale è zero per cento.

Dunque gli importi di pensione in pagamento da questo mese sono uguali a quelli del 2016 ma con due eccezioni. La prima riguarda tutti e consiste in un conguaglio negativo “una tantum” per recuperare quanto erogato nel 2015. All’inizio di detto anno, infatti, era stato accordato un + 0,30% come adeguamento al costo della vita; l’andamento dei prezzi è risultato però ancora più basso: + 0,2%. Il conguaglio negativo dovrebbe essere effettuato con la mensilità di questo mese di gennaio, sempre che non ci sia un intervento normativo che posticipi il recupero (come si è fatto nel 2016) o lo sterilizzi definitivamente.

A questo riguardo occorre evidenziare che i pensionati sono passati da anni di blocco perequativo (2012 e 2013) a una rivalutazione nulla in termini di percentuale.

L’importo da recuperare comunque è contenuto. Chi ha importi fino a tre volte il minimo Inps (euro 502 mensili quest’anno) dovrà restituire lo 0,9% dell’assegno moltiplicato per 13 mensilità. Per esempio, per un importo lordo mensile di 1.400 euro significa restituire 18,20 euro.

Rivalutazione pensioni

Anche a fronte di valori positivi, l’adeguamento pieno all’inflazione viene riconosciuto solo per gli assegni pensionistici di importo fino a tre volte il minimo Inps. In base al meccanismo introdotto con effetto dal 2014 e prorogato fino al 2018, per gli importi superiori a tre volte il minimo e fino a quattro viene riconosciuto il 95% dell’inflazione; oltre quattro e fino a cinque il 75%; oltre cinque e fino a sei il 50%; oltre sei il 45%. (v. Tabella A)

Il tema della rivalutazione delle pensioni negli ultimi anni è stato spesso al centro del dibattito. Dalla riforma Monti-Fornero (legge 214/2011) che ha bloccato la rivalutazione dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il minimo, fino alla sentenza della Corte Costituzionale (n. 70 del 2015) che ha dichiarato l’illegittimità della norma stessa portando il Governo ad approvare un decreto (n. 65/2015  convertito nella legge n. 109/2015) per sanare la questione. Per gli anni 2012 e 2013 – nell’estate 2015 – c’è stata una restituzione assai parziale, mediamente meno del 12% del totale della mancata indicizzazione della perequazione (v. Tabella B)

 Previsioni, richieste e adempimenti

La nostra Associazione 50&Più, ha puntualmente comunicato al Governo precedente e alle Commissioni Parlamentari il mancato rispetto degli effetti della sentenza n. 70/2015 dell’Alta Corte in merito alla restituzione di quanto illegittimamente trattenuto ai pensionati negli anni 2012/2013 e solo in parte recuperato. La soluzione da adottare prima che la stessa Corte si pronunci nuovamente, è quella che tutte le pensioni in essere debbano conservare nel tempo il loro potere di acquisto in modo consequenziale per garantire ai titolari la giusta prestazione adeguata.

A dare ragione alla nostra tesi sono intervenute nel frattempo le pronunce dei Tribunali di Palermo, Brescia, Milano, Napoli e Genova, oltre che le Corti dei Conti dell’Emilia Romagna, Marche e Abruzzo: rimettendo gli atti alla Corte Costituzionale, hanno dichiarato che con il decreto 65 convertito nella legge 109/2015 sono stati intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale; diritti che trovano le proprie basi nei principi di ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza sanciti dalla Costituzione con gli articoli 136, 38, 36, 3, 2, 23, 53 e 117 comma 1.

Le ordinanze con le quali sono stati rinviati gli atti sono ben motivate, riteniamo che l’Alta Corte possa accogliere i profili di illegittimità rilevati dalle citate ordinanze con conseguente pronunciamento in senso favorevole per gli assistiti. (si veda articolo 50&Più settembre 2016)

È dunque necessario che tutti i pensionati, che hanno subito il blocco della perequazione e non si sono ancora attivati, si rivolgano ai nostri uffici del Patronato 50&PiùEnasco, presenti su tutto il territorio nazionale, per ottenere gratuitamente ogni chiarimento al riguardo e per inoltrare all’Inps la domanda di ricostituzione della pensione, utile per interrompere i termini di prescrizione.

14esima mensilità e “No tax area”

In attesa di tale previsione, nella legge di bilancio 2017 è stato previsto l’aumento della quattordicesima per chi già la percepisce e l’estensione a una nuova platea di pensionati.

L’incremento è intorno al 30% per i pensionati con un reddito fino a 752,00 euro lordi al mese che la 14esima già la ricevono. La “somma aggiuntiva” viene estesa a 1.200.000 pensionati con redditi fino a 1.003 euro lordi al mese circa, ma senza l’aumento del 30% (v. Tab. C).

In ogni caso, il risultato economico dell’aumento della 14esima mensilità è senza dubbio molto modesto rispetto alla richiesta dell’Associazione 50&Più, avanzata al Governo, di estendere ad una buona fascia di pensionati il bonus di 80 euro mensili già concesso ai lavoratori dipendenti in attività.

Sulla 14esima invece, per i pensionati che già la percepiscono, l’incremento mensile dell’importo è rispettivamente nelle tre fasce di: 8,41, 10,50 e 12,58 euro (mediamente 10,49 euro).

Mentre per coloro che la otterranno per la prima volta l’aumento della pensione mensile, sempre nelle tre fasce, è di: 28,00, 35,00 e 42,00 euro (mediamente 35,00 euro).

L’altra misura approvata per sostenere le pensioni basse, è l’equiparazione della soglia al di sotto della quale non si pagano le tasse, la cosiddetta “No tax area”. È stata alzata l’asticella fino a 8.125 euro l’anno per tutti i pensionati con un meccanismo analogo a quello previsto per i lavoratori dipendenti: fino a 8.125 euro di pensione niente tasse, la detrazione poi si riduce fino ad azzerarsi a 55.000 euro. Su 13.000 euro (livello massimo di reddito per ottenere la 14esima) il risparmio fiscale è esattamente pari a 5,24 euro mensili.

Conclusioni

Il nostro sistema di previdenza versa in una situazione molto seria dopo i ripetuti e pesanti abbattimenti operati sulle pensioni con i vari blocchi della perequazione e della non rivalutazione.

Non siamo pessimisti ma realisti. Le incertezze crescenti, le promesse vaghe stanno creando molto panico tra i pensionati i quali hanno pochissimi benefici fiscali sul loro reddito previdenziale, tassato alla pari degli altri redditi, mentre sarebbe ragionevole e doveroso, oltre i 70 anni ridurre proporzionalmente il carico in funzione dell’età e del livello certificato di autosufficienza fino ad azzerare le imposte oltre gli 85 anni.

Non basta la 14esima, è ora che si intervenga nei loro confronti riconoscendo il ruolo che hanno ed hanno avuto per la crescita e lo sviluppo del Paese.

Spesso, in questi anni di crisi economica, con le loro pensioni e con il loro lavoro di cura, hanno sostenuto figli e nipoti, disoccupati e inoccupati, sostituendosi ad uno stato sociale insufficiente ed inefficiente.

Meritano invece grande rispetto ed attenzione, valorizzando sempre più il loro ruolo di persone anziane e pensionate.


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