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L'AQUILA: 3 anni dopo
“6 aprile 2009, una data che L'Aquila non potrà dimenticare, una notte in cui un sisma di magnitudo 5,9 della scala Richter ha causato 309 vittime. 50&Più è tornata nel cuore di quella ferita, ancora aperta, la”zona rossa”. Oggi, come ieri, ha il volto di una donna che urla la sua sofferenza e si cinge di pezze per celare la sua nudità. Ecco com'è la situazione dopo mille giorni dal sisma, raccontata dalle testimonianze raccolte da Rita Colasanti nell'articolo pubblicato sul numero della Rivista di aprile.

«Una parola sola: vergogna». È l’amaro commento di Celso Cioni, direttore regionale Confcommercio in Abruzzo che si scaglia contro l’incapacità di una classe dirigente rea di non esser riuscita a risollevare le sorti di un settore che il sisma del 6 aprile 2009 ha ridotto sul baratro. «Mille giorni dopo il terremoto il commercio a L’Aquila è ancora fermo. Finora le parole hanno prevalso sui fatti», ha dichiarato Celso Cioni. Confcommercio L’Aquila il 13 marzo ha deliberato lo Stato di Agitazione della Categoria per sottolineare l’inerzia totale delle Istituzioni rispetto al rilancio del settore del Terziario e delle problematiche tuttora irrisolte che asfissiano gli operatori del Commercio, del Turismo e dei Servizi. Erano novecento le attività aperte a L’Aquila, di queste solo una trentina son tornate nel centro storico, altre seicento sono state ricollocate fuori dal loro contesto. Il direttore regionale Confcommercio lancia un monito: «Basta farsi un giro nella cosiddetta “zona rossa” del capoluogo abruzzese per rendersi conto della catastrofe che si è consumata in questo territorio. Nelle vie ci sono ancora tonnellate di macerie.  A tre anni di distanza nessuna istituzione è stata in grado di abbozzare una rotta, e senza una rotta da seguire nessun vento è buono». Confcommercio L’Aquila dice no e promette battaglia: «Siamo pronti a salire anche sulle barricate».

Piazza Duomo
Il viaggio nella “zona rossa” parte da Piazza del Duomo  in cui troneggia lo striscione “Ricostruiamo AQ”, ormai emblema di una città intera. Un emblema, però, dalla voce strozzata e senza efficacia alcuna. Prima tappa del percorso nel centro storico è Via Accursio, dove c’è la trattoria di Cristina. Una croce di Sant’Andrea in legno ne sbarra il portone, un lucchetto e una grossa catena servono a dare l’altolà agli sciacalli. Dirimpetto alla trattoria c’è un edificio ormai ridotto a un cumulo di macerie. È la casa in cui Cristina viveva con le sue figlie e suo marito che faceva il tappezziere. Una casa a due piani. La notte del terremoto l’uomo, per mettere in salvo le sue donne, è rimasto intrappolato sotto una trave che gli ha leso irrimediabilmente la spina dorsale. Oggi è paralizzato e guarda la vita da una sedia rotelle. Cristina fatica ad andare avanti e non basta una casetta del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili), a Sassa, poco lontano dalla sua città, a ridarle il sorriso. Agli inizi del 2009 aveva contratto un mutuo di 30mila euro per ristrutturare la trattoria. La sua attività è ormai ferma da tre anni, ma lei continua a pagare il debito con la banca.

Le vie della movida
Via Accursio è una parallela di Corso Vittorio Emanuele, una delle strade clou della vecchia movida aquilana. Le folate di vento scuotono le saracinesche abbassate, intonando un macabro coro che si propaga in ogni metro di strada. A interrompere la nenia ci pensa “Bar Gran Sasso”, la cui storia, iniziata nel 1955, ha resistito persino al terremoto del 2009. A gestirlo c’è il signor Mario: «L’edificio non ha subito particolari danni – ci rivela - ma siamo stati fermi più di un anno perché il corso non era transitabile». Il Bar ha riaperto i battenti nel luglio 2010 ma, un anno e mezzo dopo, Mario ancora fatica a far quadrare il cerchio: «Lo Stato ci ha aiutato i primi tre mesi con un sussidio di tre mensilità da 800 euro l’una, niente più». Mantenere in vita un’attività in un posto immobile è un atto di coraggio, ma lui non vuole gettare la spugna. Tra i clienti che non rinunciano ai caffè di Mario c’è Bettina, una simpatica donna di 71 anni, un metro e mezzo di altezza, ma dotata di un’energia da far invidia a un leone. Si definisce un’aquilana doc. Abbandonata dalla mamma, è cresciuta in un orfanotrofio. I sacrifici di una vita per comprare un appartamento tutto suo in località Santa Maria di Farfa: «Si affacciava proprio sul Gran Sasso», ricorda sospirando. Perché  quell’appartamento ora deve essere raso al suolo: inagibilità “F”, da abbattere. Dopo il terremoto Bettina ha trascorso un anno e mezzo a Pescara, in albergo; adesso vive in un appartamento nella periferia aquilana. Non conosce nessuno nel suo nuovo quartiere, e così passa il tempo cucinando. Il suo piatto preferito? La “ghiotta” abruzzese. Bettina non vuole porsi troppe domande sul futuro: «Me la sono sempre cavata e sempre me la caverò», si limita a rispondere.
Mario, invece, sembra rassegnato: «L’Aquila non tornerà più quella di un tempo, servono troppi soldi, il nuovo volto della città ormai è questo».

Via Verdi, la “strada della cultura”
Bisogna percorrere duecento metri per trovare un nuovo negozio aperto. È la cartoleria “La luna” e il titolare, Peppe, è uno dei tanti aquilani che sono passati, a causa del terremoto, dal benessere alla soglia della povertà. «Il sisma ci ha tolto tutto - dice - la mia casa forse verrà abbattuta, il negozio era molto danneggiato. Ho provato a spostare l’attività in un’altra zona de L’Aquila, ma il prezzo dell’affitto era troppo alto, causa l’aumento incontrollato
dei prezzi. Così a luglio 2010, sono riuscito a riavviare l’attività qui, ho pagato diecimila euro per avere l’agibilità parziale dello stabile, ma non ho avuto il supporto di nessuno: né banche, né Comune, né Stato. Mi sono indebitato».

Proseguendo sul corso si incrocia Via Verdi, era la “strada della cultura” de L’Aquila, ospitava il nuovo teatro e la scuola Edmondo De Amicis che, già nel marzo 2009, era stata chiusa a causa di una scossa che aveva fatto cadere molti calcinacci e terrorizzato i piccoli alunni. Un tempo la strada vibrava di energia e pullulava di persone, oggi è ridotta a una schiera di puntellamenti, a destra e a sinistra, e gli unici viandanti sono dei cani randagi che si aggirano con passo errante alla ricerca di cibo. Seguendoli, giungiamo fino alla Chiesa di San Bernardino, duramente danneggiata dal sisma e da cui parte una scalinata che domina tutta la città.

Al lato sinistro c’è il bar di Leonardo, e la sua è l’unica voce ottimista: «La ricostruzione è già partita, tempo dieci anni e torneremo più forti di prima», dice con fierezza. «Il futuro è buio, L’Aquila è la nuova Pompei», ribatte un uomo al bancone intento a sorseggiare un amaro di buon mattino. Il dibattito si interrompe all’ingresso di Antonello, 57 anni. Aveva un banco di abbigliamento al mercato di Piazza del Duomo, oggi si arrangia lavorando un po’ qua e un po’ là. Ogni mattina porta fiori freschi al cimitero. La sua vita si è fermata il 6 aprile 2009, quando il terremoto ha colto in casa sua moglie e i suoi due figli (29 e 36 anni), rubandoli alla vita. Antonello era fuori in quel momento, per questo si è salvato, unico sopravvissuto di una famiglia cancellata sotto il peso delle macerie.
Ogni giorno Antonello combatte una battaglia contro la sua stessa vita, perché il rimorso è un macigno troppo grande da sopportare. A tre anni dal sisma la ferita è ancora aperta. Brucia. E fa tanto male.
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