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In caso di trasferimento temporaneo all'estero per lavoro, il reddito prodotto è tassato anche in Italia?

In caso di trasferimento temporaneo all'estero per motivi di lavoro, il reddito prodotto è tassato anche in Italia?

Risposta a cura di 50&PiùCaaf


DOMANDA 


Sono cittadino italiano, residente in Italia. Ho una proposta per un lavoro come dipendente a Londra. Dunque, in busta paga avrei già tutte le trattenute previste dalla tassazione inglese (tax e national insurance). Al momento, in Italia, sono proprietario di un appartamento, che sto cercando di vendere. Sono sposato e a breve avremo un bambino: mia moglie e mio figlio, al momento, rimarrebbero in Italia. Vorrei sapere se, rimanendo a vivere e lavorare nel Regno Unito per più di 183 giorni all'anno, e spostando a Londra la residenza, sarei poi soggetto al pagamento della differenza delle tasse tra Italia e Inghilterra.

Grazie


       
       
   
 
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RISPOSTA

 

Secondo l’articolo 2, comma 2, del Dpr 917/1986 Tuir, si considerano residenti in Italia ai fini fiscali, le persone che, per la maggior parte del periodo d’imposta, ossia per più di 183 giorni, sono iscritte nelle anagrafi delle popolazioni residenti, oppure hanno il domicilio (luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi, anche affettivi) o la residenza (luogo in cui la persona ha la dimora abituale) nel territorio dello Stato.

E’ sufficiente che sussista uno solo di essi perché il contribuente sia considerato residente nel nostro Paese.


Nella verifica della sussistenza dei requisiti di residenza, la giurisprudenza di merito e di legittimità, sia italiana sia comunitaria (si vedano, per tutte, Cassazione 7 novembre 2001, n. 13803, e Corte di giustizia Ue 7 giugno 2007, causa C-156/04), hanno sempre assegnato un ruolo prevalente ai legami personali e affettivi rispetto a quelli patrimoniali e professionali. La prassi ha sempre condiviso tale impostazione, affermando (si veda la circolare dell’agenzia delle Entrate 9/E del 26 gennaio 2001, risposta 2.2) che deve considerarsi fiscalmente residente in Italia un soggetto che, pur avendo trasferito la propria residenza all’estero e svolgendo la propria attività fuori dal territorio nazionale, mantenga il centro dei propri interessi familiari e sociali in Italia. Tale circostanza si concretizza, ad esempio, nel caso in cui la famiglia dell’interessato abbia mantenuto la dimora in Italia durante l’attività lavorativa all’estero.


Secondo tale impostazione, quindi, si potrebbe considerare che la sua residenza permane in Italia – indipendentemente da ogni altra circostanza, quale lo svolgimento dell’attività nel Regno Unito e l’iscrizione all’Aire – per il periodo nel quale sua moglie e suo figlio restano in Italia. D’altra parte, va osservato che una recente sentenza di Cassazione (la 6501 del 31 marzo 2015), che si pone in apparente parziale disallineamento rispetto alle citate pronunce di giurisprudenza e di prassi, afferma che le relazioni affettive e familiari – la cui centrale importanza è indicata dall’agenzia delle Entrate al fine della residenza fiscale – non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale, venendo in rilievo solo unitamente ad altri probanti criteri che univocamente attestino il luogo col quale il soggetto ha il più stretto collegamento.


Tornando al suo quesito se lei fosse iscritto all’Aire (Anagrafe della popolazione residente all’estero) per la maggior parte del periodo d’imposta, ossia per più di 183 giorni, “fiscalmente” potrebbe essere considerato residente all’estero per l’intero anno. Tuttavia, in considerazione dei diversi profili interpretativi e delle citate sentenze, il mantenimento della sede principale dei suoi affari e/o interessi, anche affettivi, in Italia potrebbe far sorgere delle contestazioni con l’Amministrazione finanziaria anche in considerazione del fatto che il suo trasferimento all’estero sarebbe temporaneo. In questi casi particolari al fine di avere “certezza” in merito alla correttezza del proprio operato potrebbe anche presentare Istanza di Interpello all’Agenzia delle Entrate.


Cosa c’è da sapere...

L’iscrizione all’Aire determina la cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente, la mancata iscrizione avrà come conseguenza che, “fiscalmente”, il contribuente sarà comunque considerato residente in Italia, con i conseguenti obblighi dichiarativi in riferimento ai redditi ovunque prodotti.

Salvo previsioni particolari contenute nelle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni i redditi da lavoro dipendente conseguiti all’estero dal contribuente che mantiene la soggettività fiscale in Italia, vanno dichiarati (Articolo 3 Dpr 917/1986 Tuir), secondo la base del principio della world wide taxation, unitamente ad eventuali altri redditi prodotti nello Stato italiano.

Secondo la citata norma, i soggetti residenti pagano le imposte nel Paese di residenza sulla base dei redditi ovunque prodotti.


Nella generalità dei casi le convenzioni contro le doppie imposizioni prevedono che se il soggetto che presta lavoro all’estero mantiene la residenza fiscale in Italia, il reddito da lavoro conseguito all’estero, o erogato da un datore di lavoro “estero”, sia assoggettato a tassazione anche in Italia.

Ai sensi dell’art. 165, comma 1, TUIR, se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta italiana, dovuta in proporzione alla quota di imposta corrispondente al rapporto tra reddito prodotto all’estero e tassato in Italia e reddito complessivo.

Tuttavia, l’art. 165, comma 10, TUIR stabilisce che quando il reddito estero concorre parzialmente alla formazione del reddito complessivo anche l’imposta estera detraibile deve essere ridotta in misura corrispondente.


Il riconoscimento del credito di imposta è subordinato quindi al carattere di definitività delle imposte estere. In particolare, si considerano pagate a titolo definitivo le imposte che non possono essere più rimborsate.

In merito alla definitività delle imposte estere, l’Agenzia delle Entrate, nella Circolare 12 giugno 2002, n. 50, afferma, infatti, quanto segue“Le imposte pagate all’estero sono detraibili se divenute “irripetibili” e, di conseguenza, non possono essere considerate tali quelle suscettibili di modificazione a favore del contribuente (es: imposte pagate in acconto o in via provvisoria e quelle per le quali è prevista la possibilità di rimborso totale o parziale).”

L’Agenzia delle Entrate, con Circolare 24 aprile 2015, n. 17, quesito 4.7, ha fornito alcune precisazioni in merito al trattamento dei contributi previdenziali obbligatori trattenuti e versati dal datore di lavoro estero al dipendente.


In particolare, richiamando quanto già affermato con Circolare n. 9/2015, l’ Agenzia ha chiarito che il reddito derivante da un rapporto di lavoro all’estero deve essere determinato secondo:

le regole interne relative alle varie categorie, con l’unica eccezione dei redditi dei terreni e dei fabbricati situati al di fuori del territorio italiano che, invece, rilevano - ai sensi dell’articolo 70, comma 2, del TUIR - secondo la valutazione effettuata nello Stato estero.”


Pertanto, tenuto conto dell’art. 51, comma 2, lett. a) TUIR, secondo cui “non concorrono a formare il reddito i contributi previdenziali e assistenziali versati dal datore di lavoro o dal lavoratore in ottemperanza a disposizioni di legge”, si può ritenere che, in presenza dei presupposti, il reddito estero possa essere dichiarato al netto dei contributi previdenziali e assistenziali obbligatori versati o trattenuti nello Stato estero.

 

 

Gli esperti di 50&PiùCaaf che rispondono alle vostre domande sono: Marco Chiudioni, Stefania De Agrò, Ada Martino, Romeo Melucci, Giuseppe Russo


Questa rubrica, curata dai nostri esperti fiscali, risponde al quesito più significativo e di interesse generale pervenuto nel corso della settimana. Se hai una domanda fiscale scrivi
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