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CONVIVENZE fuori dal comune

Anziani che ospitano giovani migranti? Visti i tempi, sembrerebbe l’ennesima provocazione, invece è quello che sta accadendo a Roma con un progetto sperimentale di coabitazione “Homefull” (casa piena). È contro la solitudine e per l’accoglienza.

di Luisella Berti

Articolo tratto dalla rivista 50&Più

La conoscenza è l'arma migliore per vincere la diffidenza ed aprirsi all’accoglienza. È quello che insegna il progetto di cohousing (coabitazione) “Homefull”, dove giovani migranti e anziani condividono lo stesso tetto. Un progetto sperimentale finanziato dalla Regione Lazio, Assessorato Politiche Sociali, Autonomie, Sicurezza e Sport, con il bando Innova Tu: la nuova sfida dell’innovazione sociale. Circa 30mila euro per un progetto partito a gennaio 2015 e che è giunto in dirittura d’arrivo portando i suoi primi frutti.

 L’artefice di questo esperimento di coabitazione innovativa è la cooperativa sociale Programma integra, impegnata nella promozione di percorsi di integrazione dei cittadini migranti e rifugiati (www.programmaintegra.it), in collaborazione con la Cooperativa Sociale Meta, una onlus che gestisce servizi alla persona con l’obiettivo di favorire l’integrazione e l’inclusione sociale (www.meta.coop). «“Homefull” - spiega Laura Liberati, di Programma integra, coordinatrice del progetto - nasce dall’idea di unire due bisogni: quello degli anziani che vivono il disagio della solitudine e quello di giovani migranti in uscita dai centri di accoglienza con l’esigenza di un nuovo alloggio».

Qualsiasi tipo di convivenza è un passo assai delicato, tanto più quando la coabitazione mette insieme vite molto diverse e anagraficamente lontane. Quindi, è stato necessario procedere per tappe. Prima l’individuazione dei giovani migranti e degli anziani destinatari del progetto, poi i corsi di educazione alla coabitazione per facilitare la relazione e la preparazione alla convivenza, a seguire la conoscenza diretta e infine gli abbinamenti. «Per partecipare al progetto i migranti dovevano avere 3 requisiti: essere in uscita dai centri di accoglienza, avere un’età tra i 20 e i 30 anni e una buona padronanza dell’italiano. I migranti selezionati sono stati 10, sono giovani rifugiati provenienti da vari Paesi: Afghanistan, Mali, Senegal, Ciad, Bangladesh, Burkina Faso», spiega Liberati.

Individuare gli anziani disponibili alla coabitazione è stato il compito della Cooperativa Meta. Un percorso non privo di ostacoli, come racconta Carla Malatesta, responsabile del Centro servizi per il benessere e l’orientamento del cittadino anziano via Terni 9. «I requisiti per gli anziani erano l’essere autosufficienti e avere una stanza in più per l’accoglienza. Nelle prime fasi abbiamo notato una certa diffidenza dovuta principalmente alla paura di perdere la propria autonomia casalinga. Tutti erano pronti ad aiutare, ma in una sorta di adozione a distanza. La situazione è migliorata con gli incontri di sensibilizzazione nei quali sono stati proiettati documentari e dove sono intervenuti giovani migranti che hanno raccontato la loro storia di integrazione nel nostro Paese. La svolta poi c’è stata dopo l’incontro degli anziani con i 10 ragazzi beneficiari del progetto.  Dall’essere dei fantasmi stranieri sono diventati persone in carne e ossa, ragazzi come i loro nipoti».

La sperimentazione prevedeva 5 cohousing, ma a causa delle difficoltà iniziali è stato necessario rimodulare il progetto: «Due giovani migranti avevano una situazione economicamente stabile, con un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Così abbiamo pensato di aiutarli nell’autonomia abitativa, facendo da mediazione, grazie al nostro sportello dedicato, e dando le dovute garanzie al proprietario di casa», precisa Liberati.

La prima coabitazione è partita lo scorso luglio ed è terminata a fine settembre. Il progetto infatti prevede una durata di 3 mesi con il riconoscimento all’anziano di un contributo spese mensile di 200 euro. Per tutto il periodo della coabitazione sia il Programma integra che la Cooperativa Meta hanno svolto un’attività di tutoraggio e di ascolto per supportare la convivenza nel modo migliore. «Un’esperienza che si è conclusa con successo, tanto che la convivenza continuerà fino a quando il giovane migrante non troverà un’altra sistemazione ».

Un’altra esperienza di cohousing, invece, è appena partita (vedi box). «Da questo progetto abbiamo imparato tantissimo - dice Malatesta - e ci piacerebbe replicarlo. Ma un progetto di questo tipo ha bisogno di almeno un anno di tempo. È essenziale garantire dei passaggi di conoscenza graduali. Abbiamo avuto anziani molto motivati, ma che davanti alla concretezza si sono spaventati. Inoltre, abbiamo capito che chi accoglie ha una forte motivazione ideologica, il disagio della solitudine non basta». Aggiunge Liberati: «Infine, è fondamentale la sensibilizzazione: far conoscere chi sono i migranti. Persone molto lontane da quello che siamo abituati a immaginare ».

L’ESPERIENZA
PAOLA E MOHAMMAD: un nuovo inizio

Paola, 78 anni, è un’ex insegnante in pensione. Ha scelto di partecipare al progetto “Homefull” e di andare fino in fondo accogliendo un giovane migrante in casa, Mohammad, 22 anni, afgano. «Le mie perplessità erano legate più che altro alle mie abitudini, talmente ferme. Da 14 anni sono vedova, vivo sola nella mia casa, con i miei pensieri, i miei ricordi, i miei angoli. Mi chiedevo come la mia vita potesse adattarsi alle esigenze di un’altra persona. La diffidenza iniziale nasceva da qui». Paola ha una vita piena, con figli e nipoti sempre molto presenti. «La motivazione non è stata il bisogno di compagnia, ma di essere utile a questi ragazzi. Tutto sommato posso farlo e lo faccio, mi sono detta.

E i miei figli mi hanno incoraggiata». Incontriamo Paola e Mohammad alla vigilia della convivenza. «Per lui ho preparato la camera che era di mia figlia e liberato una parte dell’armadio ». A facilitare la coabitazione c’è il “Patto di convivenza” che Paola e Mohammad hanno concordato. Tra le regole quella di comunicarsi reciprocamente imprevisti sull’orario, in particolare avvertire telefonicamente eventuali ritardi. «Sono regole che avevano anche i miei figli, niente di più niente di meno». Mohammad è un rifugiato in Italia da 6 anni. «Quando con la mia famiglia siamo partiti dall’Afghanistan avevo 4 o 5 anni. Eravamo in pericolo a causa del regime talebano. Sono cresciuto in Iran, ma lì i ragazzi, una volta maggiorenni, vengono rimandati al Paese di origine.

Così, ancora minorenne, sono fuggito». Finora Mohammad ha vissuto nei centri di accoglienza e negli ultimi tre anni ha iniziato a lavorare. Ha imparato a fare la pizza, ma i suoi progetti sono altri. «Frequento il 4° anno della della scuola di cinema Roberto Rossellini, mi piacerebbe fare il regista». In Iran, Mohammad ha lasciato i suoi genitori e fratelli. «Ci sentiamo, ma non li vedo da due anni». Mohammad ha un grande desiderio, tornare in Afghanistan: «Non vedo l’ora. È il mio Paese. Con la macchina da presa mostrerei al mondo le cose belle dell’Afghanistan. Non c’è solo la guerra».

IN FUGA PER LA VITA

IN CRESCITA
Sempre più rifugiati Alla fine del 2014 oltre 59 milioni di persone hanno lasciato il proprio Paese a causa di guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Oltre 8 milioni in più rispetto all’anno precedente.
(Fonte: Agenzia dell’Onu per i rifugiati)

DOVE FUGGONO
Nel 2014 I Paesi che hanno ospitato più rifugiati: Turchia 1,59 milioni, Pakistan 1,51 milioni, Libano 1,15 milioni,  Iran 982.000,  Ethiopia 659.500, Giordania 654.100 (Fonte: Agenzia dell’Onu per i rifugiati)

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