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In vacanza con la TASSA

L’imposta di soggiorno si diffonde tra i comuni a vocazione turistica. Solo in Friuli Venezia Giulia non è applicata. Nella provincia di Trento scatterà a novembre. In 24 località isolane invece si paga l'imposta di sbarco.


Articolo tratto dalla Rivista 50&Più – numero luglio/agosto

di Luisella Berti
 

Delizia per i bilanci comunali e croce per le tasche dei turisti, l’imposta di soggiorno, detta anche tassa di soggiorno, prende sempre più piede nel nostro Paese. Al 1° luglio 2015 i comuni che la applicano salgono a 678 per un gettito complessivo stimato superiore a 400 milioni di euro, oltre 30 milioni in più rispetto al 2014. Sono questi i dati forniti da Jfc, società di consulenza turistica che cura l’Osservatorio Nazionale sull’Imposta di Soggiorno. Tra le “new entry” di questa estate troviamo Urbino, Milazzo (Me), Medicina (Bo), Sommacampagna (Vr).

Solo i comuni del Friuli Venezia Giulia non applicano l’imposta di soggiorno: «Mentre nelle altre regioni i comuni possono decidere autonomamente, per le regioni a statuto speciale, come nel caso del Friuli Venezia Giulia, è necessaria una delibera regionale», spiega Massimo Feruzzi, amministratore unico di Jfc. Intanto, il dibattito a livello locale è molto vivace, soprattutto nel comune di Lignano Sabbiadoro, meta turistica molto gettonata. Nessun contributo nemmeno nella provincia autonoma di Trento, ma fino al 1° novembre 2015. «Abbiamo spostato l’entrata in vigore dell’imposta a dopo l’estate - afferma l’assessore al turismo Michele Dallapiccola - visto che gli albergatori non avrebbero potuto chiederla ai propri clienti in quanto i cataloghi vacanza per l’estate 2015 erano già stati definiti e diffusi».

Principale leva fiscale del settore turistico, l’imposta di soggiorno - istituita con decreto legislativo sul federalismo fiscale municipale del 14 marzo 2011 n. 23 - riguarda i comuni che rientrano negli elenchi regionali delle località turistiche e città d’arte. Ogni ente locale è libero di applicarla oppure no e secondo regolamenti propri. Il limite certo sono le tariffe che non possono superare 5 euro per notte a persona, tranne nella Capitale, dove il massimo consentito è di 10 euro (vedi box in basso). Il turista paga l’imposta di soggiorno all’operatore della struttura ricettiva scelta (albergo, affittacamere, campeggio, agriturismo, etc.) che poi la verserà al comune.

Visto che ogni comune decide in autonomia, il risultato è che la tassa di soggiorno, oltre che diffusa a macchia di leopardo, viene applicata con una pluralità di criteri e difformità di applicazione anche tra località limitrofe. Riguardo poi alla destinazione degli introiti, essendo unimposta che grava sulle spalle del turista, ci si aspetterebbero investimenti in attività dedicate. Ma è la stessa legge che istituisce l’imposta a lasciare ampi margini di interpretazione. Il gettito «è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, compresi il sostegno delle strutture ricettive, gli interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali, e dei relativi servizi pubblici locali», ma all’interno dei servizi pubblici locali ci può essere di tutto. «Diversi investimenti non riguardano nello specifico le attività turistiche», afferma Feruzzi. «Ad esempio, nelle località balneari c’è la problematica dell’utilizzo dell’imposta di soggiorno per la sistemazione delle fognature, pur essendo questo un intervento strutturale per tutta la collettività e non solo per i turisti».

L’imposta di soggiorno e le sue svariate modalità di applicazione non piacciono alle associazioni di categoria. Dure le critiche di Federalberghi. «La nostra posizione nei confronti dell’imposta di soggiorno è e sarà sempre la medesima: siamo contrari alla sua introduzione in quanto, soprattutto in una fase di grave crisi economica quale l’attuale, essa determina situazioni di concorrenza sleale tra comuni limitrofi che adottano o meno la tassa», afferma il presidente Bernabò Bocca. «Prendiamo comunque atto - prosegue - che l’imposta sia ormai stata varata da centinaia di enti locali e per queste situazioni chiediamo a gran voce che l’imposta venga resa omogenea negli importi e nelle sue applicazioni ed esenzioni, come pure pretendiamo che gli introiti generati dalla tassa servano non a riequilibrare i dissestati bilanci comunali, ma a migliorare la vivibilità turistica del territorio».

L’ambito di applicazione dell’imposta di soggiorno in effetti è molto ampio. I principali interventi riscontrati a livello nazionale da Jfc sono 25. Spiega Feruzzi: «La quota maggiore del gettito, circa il 20%, viene investita in eventi e manifestazioni turistiche, il 16,1% in restauro e manutenzione di aree culturali, la terza voce (9,9%) nel miglioramento della viabilità e delle strade. Inoltre, in alcuni casi contribuisce alla copertura delle spese correnti con una quota del 4,4%». L’imposta di soggiorno è in uso anche all’estero. «In Francia, dove si sta discutendo se aumentarla per gli alberghi di lusso, è regolamentata da una legge nazionale, in altri Paesi è gestita a livello territoriale ma non con la parcellizzazione che c’è in Italia. Manca uniformità», conclude Feruzzi. Infatti la legge istitutiva dell’imposta di soggiorno, come ricorda Federalberghi, prevede la necessità di un regolamento generale di attuazione dell’imposta. Il regolamento dopo 4 anni non c’è ancora.

UNA GIUNGLA DI TARIFFE

COMUNE CHE VAI…
Roma, la più cara

Le tariffe variano da un comune all’altro. In genere, il contributo viene stabilito secondo la categoria e la tipologia della struttura ricettiva. Gli importi a notte per persona vanno da pochi centesimi di euro fino a un massimo di 5 euro, come previsto dalla legge. Fa eccezione Roma, che con il decreto legge n. 78 del 2010 al fine di «garantire l’equilibrio economico-finanziario della gestione ordinaria», può applicare un contributo massimo di 10 euro. La Giunta Marino però si è fermata a quota 7 euro limitatamente agli alberghi a 5 stelle. Per gli alberghi da 1 a 2 stelle il contributo è di 3 euro, per quelli a 3 stelle 4 euro, a 4 stelle 6 euro, per i campeggi 2 euro, 3,50 euro per bed and breakfast e affittacamere, 4 euro per gli agriturismi.L’imposta si paga fino a ben 10 pernottamenti.

Cosa succede nelle altre città? Alcuni esempi limitati agli alberghi. Venezia ha adottato un piano tariffario complesso, distinto tra alta e bassa stagione, pernottamenti in centro storico, al lido o nelle isole, con tariffe che vanno da 1 euro a 5 euro. A Milano le tariffe partono da 2 euro per alberghi da 1 stella fino a 5 euro per i 4 e 5 stelle. A Firenze l’imposta si paga fino a 7 notti e va da 1 euro a 5 euro per gli alberghi più lussuosi. Più economica Genova, che parte da 1 euro fino a 3 euro per 3 notti. A Palermo, invece, si paga fino a 4 pernottamenti a partire da 0,50 euro per gli alberghi a 1 stella e 4 euro per gli hotel a 5 stelle lusso. A Siracusa, al massimo, si arriva a 2,50 euro per 4 pernottamenti.

IN TERRA E... IN MARE

L’imposta di sbarco
Per chi approda nelle isole

Applicata in alternativa all’imposta di soggiorno, quella di sbarco è in vigore in 24 località isolane. Dal 1° giugno 2015 è stata introdotta anche dal comune di Monte Isola nel Lago d’Iseo: 1 euro in più sul biglietto di navigazione. Mentre a Lipari si discute se sostituirla con l’imposta di soggiorno, sull’isola d’Elba è passata da 1 euro a 1,50 (tariffa massima consentita dalla legge). In Sardegna, invece, c’è un progetto di legge che istituisce la tassa di sbarco sull’isola, in nave o in aereo, per un valore massimo di 10 euro a persona. Ma in alcune località è già presente l’imposta di soggiorno. Delle due l’una.

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