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Lavoro: la RIFORMA Fornero
Nuovo incontro tra Governo e Parti Sociali: all’ordine del giorno i nuovi ammortizzatori sociali. Intanto sembra essere vicino un accordo sulla “flessibilità in entrata”.

Il ministro Elsa Fornero si dice tranquilla, fiduciosa e determinata nel portare avanti la Riforma del Lavoro. Una materia che scotta, ma è urgente intervenire contro il record della disoccupazione giovanile e il dramma della perdita del lavoro degli over 50 con poche possibilità di ricollocamento. Sono proprio queste due ali generazionali che necessitano maggiori interventi in un Paese in cui il fattore età nel mondo del lavoro può fare la differenza. I dati del Rapporto sulla coesione sociale 2011 dicono che la classe 35-44 anni sia quella in cui è più alto il tasso di occupazione. Valori decisamente inferiori sono riscontrabili invece nelle classi di età estreme: 20,5% nella classe 15-24 anni e 15,8% per gli over 55.

I nuovi ammortizzatori sociali

Sul tavolo della trattativa di domani c’è in ballo un sistema universale di ammortizzatori sociali che leghi l’indennità di disoccupazione e le politiche attive di riqualificazione professionale, in modo da permettere la rioccupazione di chi ha perso il posto e che consenta la Cig e il sostegno dei redditi dei lavoratori nelle crisi temporanee o ristrutturazioni. Secondo il Ceps, Centre for European Policy Studies, l’Italia usa infatti ogni anno circa l’1,7% del Pil per sostenere i disoccupati, uno 0,2% in meno rispetto alla media europea. La Danimarca, invece, è quella che investe di più, in proporzione, su politiche attive e passive di questo tipo: circa il 2,9% del Pil.

L’obiettivo del governo è ampliare gli ammortizzatori sociali a circa 12 milioni di lavoratori, un sistema che non entrerà in vigore però prima di 18 mesi e solo con un vincolo rigoroso di bilancio e di risorse.

I dubbi dei Sindacati
Per Cgil, Cisl, Uil e Ugl il nodo sono le risorse con cui distribuire gli ammortizzatori, ma soprattutto sapere quanto pagheranno i lavoratori, quanto le imprese e quali saranno i lavoratori che ne beneficeranno. È d’accordo la Cgil nell’allargare la platea dei tutelati, senza però che si crei una distribuzione di risorse che dia “poco” a “tanti”. Anche la Uil è d’accordo su tale ampliamento, pur precisando che questa politica è insostenibile senza prima aver individuato le risorse, un tema decisivo per terminare la trattativa e permettere che tutto sia finalizzato alla ri-occupazione mediante la formazione.

Contratti flessibili e apprendistato in entrata
Ora che la prima parte del dibattito sulla “flessibilità in entrata” giunge ad una maggiore convergenza, vediamo che cosa potrebbe cambiare e in che modo. Il ministro Fornero e le Parti Sociali sono d’accordo nel far prevalere l’apprendistato come forma contrattuale prevalente per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. L’unico nodo da sciogliere resta l’intesa della durata: per i settori del commercio e dell’artigianato si potrebbe infatti passare dai 3 anni canonici ai 5 di apprendistato. Continua, inoltre, a prevalere tra le parti l’incentivazione di una flessibilità “buona” in grado di contrastare le Partite Iva irregolari e i contratti che potrebbero nascondere potenziali abusi. Sul tema tutti convergono, anche se con qualche distinzione sulle modalità.

Contratti a tempo determinato più costosi
In questo senso per evitare usi contrattuali impropri, sia la Fornero che i Sindacati sono d’accordo nel caricare maggiori costi ai contratti a tempo determinato, con un recupero per le aziende al momento della stabilizzazione del lavoratore. Un argomento che le Imprese invece non sembrano gradire, sostenendo che la somma degli sgravi fiscali che vengono già applicati ai contratti a tempo indeterminato li rende comunque da tempo meno appetibili. E propongono dal canto loro una situazione di minori costi e burocrazia, che faciliti una flessibilità “buona” in entrata.

Sull’interinale qualche dubbio
Sono però meno uniti i Sindacati sulla possibilità di sostituire alcuni contratti flessibili con il semplice interinale. Da quando una recente direttiva europea solleva dall’obbligo di indicare la causa della prestazione nei contratti di molti lavoratori “svantaggiati”, la Cgil ha esposto tutte le sue perplessità.
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