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Pronti per la RIPRESA?

Censis: Nel 2014 oltre 30 mila imprese in più. I lavoratori precari i più colpiti dalla crisi. Il costo del precariato dei giovani è stato pagato dagli “ammortizzatori sociali familiari” con aiuti  per oltre 4 miliardi di euro l'anno. I rapporti con la pubblica amministrazione rimangono difficili. Per relazionarsi con gli uffici pubblici 3,3 milioni di italiani si sono rivolti a Caf e patronati.

Nemmeno nella crisi è venuto meno il vizio antico degli italiani del fare impresa: a fine 2014 si è registrato un saldo attivo di oltre 30 mila imprese aggiuntive, (372 mila nuove imprese iscritte a fronte di 340 mila cessazioni per un saldo di +30.034 imprese e un tasso di crescita del +0,53% nettamente superiore a quello dei due anni precedenti). L'aumento più sostenuto si registra nelle regioni centrali (quasi 13.000 imprese in più nell'anno) e nelle province di Roma (+10.398 imprese) e Milano (+7.648 imprese). E' quanto emerge dalla ricerca La composizione sociale dopo la crisi realizzata dal Censis. Gli effetti positivi della ripresa si vedono soprattutto nella ristorazione (quasi 11.000 imprese registrate in più nel 2014) e nel commercio (+7.500 imprese), oltre che nei servizi alle imprese (+9.300). Decollano anche le start up innovative, tra commercio online, servizi mobile e app: sono oggi più di 3.500.

Il nostro Paese, secondo la ricerca Censis, dispone di una corazzata di oltre un milione di società di capitali attive: sono le più robuste e strutturate nell'universo di 5,2 milioni di imprese italiane complessive, quelle in grado di attirare risorse e mettersi in marcia verso la ripresa. Sono aumentate del 105% tra il 2000 e il 2014 e del 33,5% anche negli anni di crisi 2007-2014. E ci sono 212.000 imprese esportatrici e soggetti economici che fanno business all'estero (+7.200 nel periodo 2007-2013), per un valore dell'export pari nell'ultimo anno a 380 miliardi di euro. Crollo del prezzo del petrolio, euro debole sul dollaro e denaro a basso costo mettono le ali alle imprese italiane che vanno per il mondo.

La priorità sociale è no al precariato. La crisi ha provocato nuovi malesseri e disuguaglianze sociali. La cura è la creazione di lavoro innanzitutto. Il bilancio dell'occupazione nel periodo della crisi testimonia la perdita di 615.000 posti di lavoro e l'aumento del precariato. Sui nuovi assunti del 2013 le persone con contratto a tempo determinato (inclusi i cocopro) sono state il 60,2% del totale, mentre nel 2007 erano il 51,3%. E tra i giovani la percentuale sale al 69,6%, mentre nel 2007 erano il 56,9% (con un balzo di 12,7 punti percentuali).

I precari sono stati i più colpiti dalla crisi, con licenziamenti e contratti non rinnovati. Sono l'11,6% degli occupati totali, ma sono il 31,2% dei licenziati o usciti dal lavoro nell'ultimo anno. Il costo del precariato è stato pagato di fatto dalle famiglie, con l'erogazione di oltre 4 miliardi di euro annui per i millennials (18-34 anni) privi di risorse che vivono per conto proprio.

Ora che si annuncia la ripresa, gli italiani dicono no a ogni forma di precariato. Per il 67,5% pagare meno o dare meno tutele a chi entra nel mercato del lavoro non è giusto, perché si creano fasce di lavoratori penalizzati e facilmente ricattabili. Il 19,3% lo considera inevitabile, altrimenti le aziende non assumerebbero nuovo personale (devono poterlo mandare via se non vale). Per il 13,2% invece è giusto, perché per forza di cose il nuovo arrivato è meno capace e produttivo: deve imparare.

Aumentate le disuguaglianze sociali. Le persone a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia sono aumentate di oltre 2,2 milioni negli ultimi sei anni di crisi: sono passate da 15.099.000 a 17.326.000. Il tasso di persone a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,4% in Italia, superiore a Spagna (27,3%), Regno Unito (24,8%), Germania (20,3%) e al valore medio dell'Ue (24,5%). Le disuguaglianze sono aumentate perché chi meno aveva più ha perso: nell'ultimo anno gli operai hanno avuto un taglio della spesa media familiare mensile del 6,9%, gli imprenditori del 3,9% e i dirigenti dell'1,9%.

 

Una pubblica amministrazione più efficiente. Per il 63,5% nell'ultimo anno la pubblica amministrazione non è cambiata, per il 21,5% è addirittura peggiorata e solo per il 15% è migliorata. Per farla funzionare meglio il 45,3% degli italiani chiede in primo luogo il pugno di ferro per punire i corrotti e regole più severe per licenziare i finti malati. Il 22,1% chiede che i dipendenti pubblici siano licenziabili come quelli che lavorano nel privato e il 19,3% vuole che i più meritevoli vengano pagati meglio. Un altro sintomo delle difficoltà di rapporto dei cittadini con la pubblica amministrazione è il ricorso a soggetti di intermediazione (Caf, patronati, ecc.) per relazionarsi con gli uffici pubblici: nell'ultimo anno lo hanno fatto 3,3 milioni di italiani

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