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Le nostre SCUOLE raccontano

Sono state attraversate da personalità uniche. Insegnanti e studenti - di alto profilo - che, nell’arco di qualche decennio, hanno trasformato il volto del nostro Paese»


L’articolo è tratto dalla Rivista 50&Più numero settembre

di Daniela Floridia

Settembre, si torna a scuola. In questi giorni non si sente parlare d’altro, nel bene o nel male: dai fondi per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio scolastico alle graduatorie per gli insegnanti. Ma le scuole hanno ancora molto da raccontare: ciascuna nel suo piccolo ha contribuito a fare degli italiani quello che siamo, in alcune sono state scritte pagine importanti della storia del nostro Paese, non fosse altro per i personaggi, che come studenti hanno varcato le porte di quelle aule e trascorso le loro mattine su quei banchi.

Uno di questi, Gabriele D’Annunzio, in una appassionata lettera a Giosuè Carducci si definisce «un giovinetto di sedici anni (...) oscuro alunno di liceo». Il liceo, frequentato da D’Annunzio fra il 1874 e il 1881, era il Convitto Nazionale Cicognini di Prato. Un’istituzione, ancora oggi, con studenti che arrivano da tutta Italia.Lunga e ricca di aneddoti, la storia del Liceo “D’Azeglio” di Torino, come riporta, con orgoglio, il sito della scuola: «Il periodo tra le due guerre mondiali, in particolar modo gli anni Venti, costituisce l’epoca più illustre della Scuola: sui banchi e sulle cattedre dell’istituto sono passati moltissimi personaggi che hanno avuto un ruolo politico o culturale di primissimo piano non solo nella storia torinese, ma in quella italiana in genere».

Fra gli studenti basti citare Giulio Einaudi (editore), Massimo Mila (musicologo), Vittorio FoaGiancarlo Pajetta (politico), Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, definiti «una concentrazione di giovinetti di valore del tutto fuori dall’usuale». D’altronde, al “D’Azeglio” anche i docenti erano fuori dal comune: Augusto Monti, docente di Italiano e Latino, è ricordato «per la passione con la quale faceva vivere i classici, i legami che si stringevano tra gli Studenti - e talvolta anche con gli Insegnanti - destinati a durare al di fuori delle mura della Scuola (sabato pomeriggio gli Allievi e gli ex-Allievi di Monti si trovavano con il “Profe” in un caffè di via Rattazzi per discutere di letteratura, filosofia e cinema, continuando quella vita di cultura che era incominciata al Liceo), la scoperta dei testi che segnano la vita, magari attraverso la frequentazione della biblioteca scolastica (di cui era bibliotecario il Professor Monti), il rifiuto di cedere al conformismo del regime. E lo stesso Monti, nel suo testo di memorie, I miei conti con la scuola, così definisce l’atmosfera che si respirava al “Massimo d’Azeglio”: «Quel Liceo era come una di quelle case in cui “ci si sente“; dove i successivi inquilini sono visitati nel sonno - e anche da desti - dagli spiriti, dalle anime». In quegli stessi anni Giancarlo Pajetta fu espulso non solo dal D’Azeglio, ma da tutte le scuole del Regno con l’accusa di propaganda sovversiva; poco dopo fu allontanato lo stesso Monti. 

Lo ricorda, nel suo libro Il Cavallo e la Torre, Vittorio Foa (che per i primi due anni era in classe con Pajetta): «A 15 anni ero al “D’Azeglio”, attorno al quale si era creata una specie di leggenda antifascista. Quel liceo era una buona scuola per la futura classe dirigente borghese. I suoi docenti erano persone serie che non si lasciavano condizionare dalla contingenza politica. Il più noto dei nostri insegnanti, Augusto Monti, era un sincero antifascista e fu poi condannato con me dal tribunale speciale nel 1936; non parlò mai di libertà ma leggeva Dante, Boccaccio e Ariosto in modo da farci capire che l’arte è un valore che non può essere contaminato dalle contingenze economiche o politiche. In sostanza l’insegnamento non era contro il fascismo, era oltre il fascismo. (...)».

Sempre al “D’Azeglio”, nel 1937, Primo Levi (autore, fra gli altri, del libro Se questo è un uomo) e Fernanda Pivano (poi scrittrice e traduttrice di letteratura anglo-americana, spinta da Cesare Pavese - che ebbe come supplente - a tradurre l’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters) sono accomunati - incredibile a dirsi - dall’essere rimandati in Italiano nella sessione estiva degli esami di maturità. Nel dopoguerra il prestigioso liceo torinese è stato frequentato da Umberto e Giovanni Agnelli. Ma molti anni prima, nel 1897, furono alcuni studenti dello stesso liceo - che avevano scoperto il football recentemente importato dall’Inghilterra - a fondare lo Sport Club Juventus, scegliendo come divisa ufficiale la casacca rosa che i ragazzi usavano durante le ore di educazione fisica, correlata a una cravatta nera.

Per tutt’altri motivi viene ricordato il Ginnasio di Brera, prima scuola superiore pubblica di Milano (1773), dal 1865 Liceo “Giuseppe Parini”, il liceo bene di Milano, il più severo, dove gli studenti erano obbligati - ancora negli Anni ‘60 del secolo scorso - ad indossare giacca e cravatta. In questo contesto, quindi, fece ancor più scalpore la pubblicazione sul giornale interno, La zanzara, dei risultati, peraltro tutt’altro che univoci, di un’inchiesta-sondaggio tra le studentesse sulla condizione della donna: era il 1966, ricorda uno degli autori, non c’era il divorzio o l’aborto e si diventava maggiorenni a 21 anni... I tre ragazzi/redattori, furono incriminati, sottoposti a visite mediche in questura, per verificare tare fisiche o psichiche, poi processati per corruzione di minori, oscenità (gli argomenti pubblicati spaziavano dall’educazione familiare alla contraccezione, fino alle aspettative delle ragazze rispetto a matrimonio e lavoro) e violazione delle leggi sulla stampa.

Durante i giorni del processo - al quale furono accreditate 240 testate giornalistiche di tutto il mondo - che si risolse a favore dei ragazzi, le altre scuole proclamarono quattro giorni di sciopero e oltre 20.000 studenti scesero in piazza anticipando o, come sostengono alcuni, accendendo la scintilla che avrebbe innescato la rivolta del movimento studentesco del ‘68 italiano.

Non ci sono solo i licei e le scuole blasonate nella storia d’Italia, ma tante altre dove sono state, possiamo dire, forgiate intere generazioni di lavoratori e di professionisti, senza le quali molti settori della nostra economia non sarebbero mai esistiti. È questo il caso di quello che è oggi l’Itis “Galileo Galilei” di Roma. L’Istituto, nato dopo la ritirata di Caporetto del 1917 come sede temporanea dell’Istituto Industriale di Vicenza, divenne nel 1918 Istituto Nazionale di Istruzione Professionale,  ossia l’equivalente di una scuola media superiore, per la preparazione delle maestranze per funzioni direttive e le mansioni più difficili e delicate dell’industria,  reclutando come insegnanti giovanissimi ingegneri e come personale tecnico esperti specialisti, anche senza titolo di studio ma con un’abilità indispensabile per utilizzare i macchinari. 

Furono gli stessi studenti della sezione edile a contribuire a completare la sede dell’Istituto, nel 1933, concepito per creare intorno agli allievi un ambiente molto vicino, se non proprio simile a quello nel quale si sarebbero trovati a svolgere la propria attività professionale. Così che, quando sul finire degli Anni ‘30 furono organizzati corsi di perfezionamento per piloti di linee aeree, il materiale didattico venne fornito dal Ministero dell’Aeronautica, e successivamente furono istituiti regolari corsi di specializzazione di Costruttori Aeronautici. E, ancora oggi, nei corridoi fanno bella mostra le foto degli elicotteri assemblati nelle officine della scuola.

Nel monumentale Liceo “E.Q.Visconti” di Roma (istituito nel 1870, il più antico della Capitale), situato nel complesso del Collegio Romano fondato nel XVI secolo da Sant’Ignazio di Loyola, è stato girato il film Mio figlio Professore, del 1946, con Aldo Fabrizi. Anche la sede del Liceo “Galvani”, a Bologna, è stata edificata dall’ordine dei Gesuiti: vi insegnarono Pascoli e Carducci e vi studiò, fra gli altri, Pier Paolo Pasolini. A Palermo, nel 1549, i Gesuiti fondano il Collegio degli Studi, oggi Liceo “Vittorio Emanuele”, che ha avuto nel suo corpo docente per 15 anni, Padre Pino Puglisi.

QUANDO Il LICEALE GABRIELE D’ANNUNZIO SCRISSE A GIOSUÈ CARDUCCI
«Illustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo, e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne molte volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili. Prendevo il foglietto e la penna, ed ascoltando la voce gentile dell’anima tiravo giù le prime righe con una furia e un ardore indicibili; ma nel voltar pagina mi assalivano a un tratto cento curiosi pensieri che mi costringevano a smettere, ed a scuotere la testa come per dire: che gran sciocco son io!... Mi pareva infatti una solenne sciocchezza che un giovinetto di sedici anni come me, oscuro alunno di liceo, scrivesse a un poeta come lei, già famoso in tutta l’Italia, soltanto per fargli sapere che l’ama, lo riverisce e l’ammira. [...] Io le parlo co ‘l cuore su le labbra, e sento dentro di me una commozione strana e vivissima, e mi trema la mano nel vergar queste righe. Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova, e che è destinata a vedere trionfi ben diversi da quelli della chiesa e della scuola di Manzoni; anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne; anch’io voglio consacrare a l’arte vera i baleni più fulgidi del mio ingegno, le forze più potenti della mia vita, i palpiti più santi del mio cuore, i miei sogni d’oro, le mie aspirazioni giovanili, le tremende amarezze, le gioie supreme... E voglio combattere al suo fianco, o Poeta! Ma dove mi trasporta l’ardore?... Mi perdoni Signore, e pensi che io ho sedici anni e che son nato sotto il sole degli Abruzzi».

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