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Crescita e RIFORMA del lavoro

Ieri il Governo ha incontrato tutti gli interlocutori per esporre la sua road map della Riforma del lavoro.  Per i giovani: apprendistato e incentivi a contratti a lungo termine. Contratti di reinserimento per gli over 50 che hanno perso il posto di lavoro.

L’attesa sembra terminata per il momento: il confronto tra Governo, Parti Sociali e Imprenditori, a Palazzo Chigi, lascia trasparire qualche elemento di contatto, anche se con importanti distinguo di forma. Soprattutto con diverse valutazioni su alcuni dei punti in discussione. Primo fra tutti l’Articolo 18, ormai vero e proprio “pomo della discordia”: il Ministro Elsa Fornero aveva già avvertito che non si tratta di qualcosa di preminente, e neppure di un tabù, così come è necessario definire una norma che regoli le cause di lavoro, capace di incidere sulle incertezze delle imprese.

Riforma a breve o non si va avanti. Gli argomenti sul tavolo sono stati numerosi e tutti importanti. Il Governo e il Ministro Elsa Fornero puntano alla riforma entro marzo, sempre con il dialogo come è stato sottolineato, con l’obiettivo ineludibile di raggiungere una riforma incisiva, lasciando intendere che si procederà anche senza un vero e proprio accordo.


Mantenere ciò che serve.
Sembra potersi sintetizzare così la posizione del Ministro, seconda cui le forme di flessibilità in entrata devono costare di più: le aziende che vi ricorrono devono farlo con vere esigenze di produttività e non per convenienza nei rapporti precari. A questo proposito, la Parti Sociali in modo univoco hanno apprezzato il riconoscimento di una flessibilità “pericolosa” e hanno calcato la mano sul bisogno di attuare strategie serie e reali per evitare un uso selvaggio dello strumento sia in entrata che in uscita, magari rafforzando l’esito finale dei contratti per i giovani e per chi viene reinserito nel mondo del lavoro.

Quindi flessibilità sì, ma con la necessaria correttezza nei confronti del lavoratore, soprattutto in una fase in cui il mercato del lavoro tende a stagnare e a non dare molte possibilità. In questo senso Rete Imprese Italia - con le parole di Marco Venturi - ha sottolineato tutta la disponibilità delle Imprese ad usare lo strumento “flessibilità” per lo sviluppo e la crescita dell’occupazione, purché i costi di tale operazione non siano scaricati sulle spalle degli imprenditori che in questo momento non sarebbero in grado di affrontare anche tale eventualità. D’altronde, nella conferenza stampa di chiusura, Venturi ha tenuto a sottolineare come l’87% dei contratti precari tenda a stabilizzarsi con il trascorrere del tempo: segno che da parte degli imprenditori non c’è alcuna ricerca di precarietà per i lavoratori.


L’Europa fa le sue mosse.
Intanto Josè Barroso, presidente della Commissione Ue, ha proposto l’invio di una task force in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, per provare ad incentivare l’occupazione tramite i fondi Ue che non sono stati spesi. Bisogna agire presto, ha confermato l’Europa, dato l’aumento costante della disoccupazione giovanile che sale e a livelli incredibili: 31%. Un dato così negativo non si registrava da tempo, neppure per il numero totale dei disoccupati che arriva, secondo i dati Istat, a 2.243.000 circa: il valore maggiore da gennaio 2004.


Un quadro preoccupante, ma non disperato.
Non era mai accaduto, ha sottolinea l’Istituto di Statistica, che il tasso di disoccupazione dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni stazionasse a tali livelli, soprattutto se paragonato a quelli del 2007. Mentre nelle grandi imprese occupati e retribuzioni calano, aumenta il ricorso alla Cig. Ma nelle parole del Ministro del Welfare c’è tutta la preoccupazione e l’impegno ad agire verso una riforma che stimoli la crescita del lavoro. E la disoccupazione resta la maggiore preoccupazione anche delle Parti sociali, come ha confermato più di un esponente, dato il rialzo verso l’8,9%.


Ammortizzatori sociali.
Il confronto è stato serrato sui quattro temi individuati dal Governo la scorsa settimana. Qualche posizione prima della discussione era già netta. Sul tema ammortizzatori Confindustria aveva ribadito la necessità di mantenere per circa due anni l’attuale sistema, sperimentando a medio termine nuove strade. La proposta governativa di un progetto a due pilastri - cassa integrazione ordinaria nelle riduzioni temporanee di attività e sostegno al reddito per chi perde il lavoro, accompagnandolo con servizi di formazione e riqualificazione (outplacement) - vedrebbe l’abolizione della cassa integrazione straordinaria, riforma che imprenditori e sindacati non ritengono attuabile in questa fase in cui si prevede un anno di recessione e un 2013 a bassissima crescita.


Flexsecurity”. Si punta a un modello di flessibilità sicura con meno vincoli in uscita in modo da sviluppare maggiore produttività e superare il dualismo che i giovani d’oggi vivono con la difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, entrando perlopiù con contratti precari, mentre chi ha già un lavoro è molto tutelato. Perché come ha sottolineato il presidente del Consiglio, Mario Monti, la crescita economica va legata anche ad una maggiore produttività, uno dei problemi più gravi della nostra economia. Una flessibilità, quindi, che faciliterebbe l’occupazione, mentre a livello contrattuale verrebbe spostato il baricentro a livello aziendale con uno scambio più produttività più salari.

Le le aziende sono disponibili a questo solo con una maggiore flessibilità dei dipendenti e dei loro orari di produzione quindi l'equazione è più produttività - più salari - più posti di lavoro.


E per il contratto unico?
Per il Ministro al momento l’obiettivo resta la “stabilizzazione” del contratto di lavoro, trovando un modo per renderlo appetibile ai datori di lavoro, di modo che si sentano incentivati a scommettere su un contratto a lungo termine. Il Governo punta ad un contratto unico o prevalente a cui sta lavorando per ridurre il ventaglio di contratti in entrata. Secondo Cgil ci sono 46 forme contrattuali, ma per Confindustria le tipologie contrattuali del lavoro subordinato sarebbero 12, più 4 tipologie riconducibili ai rapporti speciali e altre 4 al lavoro autonomo.


Un apprendistato più forte per chi entra.
Formazione, formazione, formazione e ancora formazione: la formula per chi approda nel mondo del lavoro, spesso non preparato dalla scuola, ma anche per chi il lavoro lo perde e va riqualificato. In ingresso l’apprendistato è la forma più adatta ad unire lavoro e formazione, purché sia vera formazione e non un modo, avverte il Governo, per avere un lavoratore che per tre anni non gode di alcuni diritti tra cui l’Articolo 18. Sindacati ed imprese l’anno scorso avevano già firmato un accordo su questo tema, ora l’obiettivo è rafforzarlo, rendendolo la formula principale di inserimento. Il modello più diffuso dura tre anni con incentivi economici e riduzioni contributive. Le imprese possono recedere dal contratto alla fine del periodo formativo, possono sotto inquadrare il lavoratore di due livelli, possono versare una retribuzione ridotta rispetto ai lavoratori qualificati. Inoltre, se il datore di lavoro alla fine del periodo di apprendistato conferma il dipendente in servizio rinunciando a disdire il rapporto lavorativo, è prevista la proroga di un anno degli incentivi contributivi.


Al centro c’è il lavoratore, non solo il posto di lavoro.
Quanto alla formazione per chi perde il lavoro, la proposta è di aumentare i servizi di riqualificazione, cioè di outplacement. L'impostazione in futuro sarà la tutela del lavoratore e non solo del posto di lavoro, creando una maggiore mobilità e flessibilità con un migliore incontro tra domanda e offerta. Questo dovrebbe riuscire a tamponare l’emorragia di posti. Soprattutto per chi ha superato i 50/60 anni e vede ancora distante il tempo della pensione, le Parti Sociali sono pronte a proporre un contratto di reinserimento simile a quello dell’apprendistato o a tentare di accompagnarle con un contratto part-time che restituisca dignità di reddito e serenità.

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