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CENSIS: una società “sopravvissuta”

Il crollo non c'è stato, ma troppe persone scendono nella scala sociale. Nuovi spazi imprenditoriali e occupazionali nella revisione del welfare e nell'economia digitale. La spinta imprenditoriale delle donne e degli immigrati. La sfida del settore culturale che non cresce (eppure siamo il Paese con il primato dei siti Unesco). La fuga dei giovani all'estero.

Nel 47° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, il Censis dipinge una società “sciapa” e “infelice” sopravvissuta alla crisi e a una politica distante e autoreferenziale.  “Negli anni della crisi abbiamo avuto il dominio di un solo processo, che ha impegnato ogni soggetto economico e sociale: la “sopravvivenza”, sottolinea il Censis. Le imprese e le famiglie hanno vissuto “nell'adattamento continuo” spesso nel “puro galleggiamento”  facendo conto conto sulla capacità collettiva di riorientare i propri comportamenti (misura, sobrietà, autocontrollo), sviluppando la propensione a riposizionare gli interessi dalle strategie aziendali a quelle famigliari.

Alcuni dei principali “ritratti” della società italiana al 2013

Una società sciapa e infelice
. Quale realtà sociale abbiamo di fronte dopo la sopravvivenza? Oggi siamo una società più “sciapa”: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa. E siamo “malcontenti”, quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale.

In cerca di connettività. Il filo rosso che può fare da nuovo motore dello sviluppo è la connettività  fra i soggetti. Oggi le istituzioni non possono fare connettività, perché sono autoreferenziali, avvitate su se stesse, condizionate dagli interessi delle categorie, avulse dalle dinamiche che dovrebbero regolare, pericolosamente politicizzate, con il conseguente declino della terzietà necessaria per gestire la dimensione intermedia fra potere e popolo. E la connettività non può lievitare nemmeno nella dimensione politica, che è più propensa all'enfasi della mobilitazione che al paziente lavoro di discernimento e mediazione necessario per fare connettività, scivolando di conseguenza verso l'antagonismo, la personalizzazione del potere, la vocazione maggioritaria, la strumentalizzazione delle istituzioni, la prigionia decisionale in logiche semplificate e rigide (dalla selva dei decreti legge all'uso continuato dei voti di fiducia). Se istituzioni e politica non sembrano in grado di valorizzarla, la spinta alla connettività sarà in orizzontale, nei vari sottosistemi della vita collettiva.

Nuove energie e responsabilità in due ambiti: revisione del welfare e economia digitale. Ci sono poi due grandi ambiti che consentirebbero l'apertura di nuovi spazi imprenditoriali e di nuove occasioni occupazionali. Il primo è il processo di radicale revisione del welfare: crescono il welfare privato (il ricorso alla spesa “di tasca propria” e/o alla copertura assicurativa), il welfare comunitario (attraverso la spesa degli enti locali, il volontariato, la socializzazione delle singole realtà del territorio), il welfare aziendale, il welfare associativo (con il ritorno a logiche mutualistiche e la responsabilizzazione delle associazioni di categoria). Il secondo ambito è quello della economia digitale: dalle reti infrastrutturali di nuova generazione al commercio elettronico, dalla elaborazione intelligente di grandi masse di dati agli applicativi basati sulla localizzazione geografica, dallo sviluppo degli strumenti digitali ai servizi innovativi di comunicazione, alla crescita massiccia di giovani “artigiani digitali”.

Le reazioni alla crisi del tessuto d'impresa. La recessione ha portato alla cessazione di più di un 1,6 milioni di imprese tra il 2009 e oggi. Tuttavia nel piccolo commercio, che conta oltre 770.000 imprese, i negozi di vicinato che operano nell'alimentare, pur essendo stati spiazzati dalla grande distribuzione, hanno registrato un lieve incremento, vicino all'1% tra il 2009 e la prima metà del 2013. Il commercio ambulante è cresciuto di quasi l'8% (da 168.000 operatori a quasi 181.000). Gli operatori del commercio online sono quasi 12.000, aumentati del 20% tra il 2009 e oggi. A una difesa delle posizioni, negli anni della crisi, va anche ascritta la presenza endemica dell'abusivismo commerciale. Il giro d'affari sottratto al commercio regolare è pari a 8,8 miliardi di euro.

Le donne come nuovo ceto borghese produttivo
. Alla fine del secondo trimestre del 2013, le imprese con titolare donna erano 1.429.880, il 23,6% del totale. Nell'ultimo anno il saldo è positivo (quasi 5.000 unità in più). Le «imprese rosa» sono concentrate nel commercio (28,7%), in agricoltura (16,2%), nei servizi di alloggio e ristorazione (9,2%). Sono prevalentemente di piccole dimensioni (quasi il 69% ha meno di un addetto) e di tipo individuale (il 60% del totale). L'incremento più significativo nell'ultimo anno si registra però per le società di capitali: 9.027 unità in più, +4,2%. E la partecipazione delle donne come libere professioniste al mercato del lavoro ha registrato un incremento del 3,7% tra il 2007 e il 2012.

Gli immigrati "volano" sulle ali dell'intrapresa. Nonostante non manchino fenomeni di irregolarità e circoscritte violazioni delle norme di sicurezza, l'impresa immigrata è ormai una realtà vasta e significativa nel nostro Paese. Sono 379.584 gli imprenditori stranieri che lavorano in Italia: +16,5% tra il 2009 e il 2012, +4,4% solo nell'ultimo anno. L'imprenditoria straniera rappresenta l'11,7% del totale. Si concentra nelle costruzioni (il 21,2% del totale) e nel commercio al dettaglio (20%). Di fronte alla crisi che sta colpendo i negozi italiani, che dal 2009 sono diminuiti del 3,3%, gli stranieri sono invece cresciuti del 21,3% nel comparto al dettaglio (dove gli esercizi commerciali a titolarità straniera sono 120.626) e del 9,1% nel settore dell'ingrosso (21.440).

I giovani, navigatori del nuovo mondo globale
. L'Italia oltre confine ammonta a oltre 4,3 milioni di connazionali. Nell'ultimo decennio il numero di cittadini che si sono trasferiti all'estero è più che raddoppiato, passando dai circa 50.000 del 2002 ai 106.000 del 2012 (+115%). Ma è stato soprattutto nell'ultimo anno che l'incremento si è accentuato (+28,8%). Nel 54,1% dei casi si è trattato di giovani con meno di 35 anni. Secondo un'indagine del Censis, circa 1.130.000 famiglie italiane (il 4,4% del totale) hanno avuto nel corso del 2013 uno o più componenti residenti all'estero. A questa quota si aggiunge un altro 1,4% di famiglie in cui uno o più membri sono in procinto di trasferirsi. Chi se ne è andato lo ha fatto per cercare migliori opportunità di carriera e di crescita professionale (il 67,9%), per trovare lavoro (51,4%), per migliorare la propria qualità della vita (54,3%), per fare un'esperienza di tipo internazionale (43,2%), per lasciare un Paese in cui non si trovava più bene (26,5%), per vivere in piena libertà la propria vita sentimentale, senza essere vittima di pregiudizi o atteggiamenti discriminatori, come nel caso degli omosessuali (12%). Nel confronto con l'estero, per loro il difetto più intollerabile dell'Italia è l'assenza di meritocrazia, denunciata dal 54,9%, poi il clientelismo e la bassa qualità delle classi dirigenti (per il 44,1%), la scarsa qualità dei servizi (28,7%), la ridotta attenzione per i giovani (28,2%), lo sperpero di denaro pubblico (27,4%).

Una logica industriale per la cultura
. Nel 2012 l'Italia, primo Paese al mondo nella graduatoria dei siti Unesco, presentava una dimensione del settore culturale fortemente contenuta se comparata ad altri Paesi europei. Il numero dei lavoratori (309.000, pari all'1,3% del totale) coincide con la metà di quello di Regno Unito (755.000) e Germania (670.000), ed è molto inferiore rispetto a Francia (556.000) e Spagna (409.000). Anche il valore aggiunto prodotto in Italia di 12 miliardi di euro (contro i 35 miliardi della Germania e i 26 miliardi della Francia) contribuisce solo per l'1,1% a quello totale del Paese (meno che negli altri Paesi europei). Mentre in Spagna (+14,7%), Francia (+9,2%), Germania (+4,8%) il valore aggiunto prodotto in ambito culturale è cresciuto significativamente tra il 2007 e il 2012, da noi l'incremento è stato molto debole, pari all'1%. A impedirne la crescita è la logica di governo del settore e modelli gestionali che ostacolano una maggiore integrazione tra pubblico e privato.

Il ritorno del decisionismo dal centro. La quota dei disegni di legge provenienti dal Parlamento nelle due ultime legislature è pari al 94,4%, contro il 4,4% del Governo. La quota delle leggi approvate si ferma però al 22,2% per il Parlamento e raggiunge il 76,6% per quelle promosse dal Governo. L'indice di approvazione delle leggi è incontrovertibile: 0,8% per il Parlamento (superato in termini di efficacia anche dalle Regioni, che presentano un indice di finalizzazione del 5,1%) e 62,2% per il Governo.

La difesa del microterritorio come residuale partecipazione politica. Il 56% degli italiani (contro il 42% della media europea) non ha attuato nessun tipo di coinvolgimento civico negli ultimi due anni, neppure quelli di minore impegno, come la firma di una petizione. Più di un quarto dei cittadini manifesta una lontananza pressoché totale dalla dimensione politica, non informandosi mai al riguardo. Al contrario, si registrano nuove energie difensive in tanta parte del territorio nazionale contro la chiusura di ospedali, tribunali, uffici postali o presidi di sicurezza.

Per saperne di Più: www.censis.it

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