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PENSIONATI: basta con le iniquità

50&Più, insieme con il Cupla, chiede un intervento reale del governo in grado di sanare le iniquità che continuano a sussistere tra pensionati da lavoro autonomo e quelli da lavoro dipendente.


di Gianni Tel - 50&Più

E’ questo il grido di allarme lanciato all’attuale Governo dalla nostra Associazione 50&Più insieme al CUPLA (Comitato Unitario Pensionati Lavoro Autonomo).
Nel documento, presentato al sottosegretario al lavoro On.le Jole Santelli, sono evidenziate le maggiori iniquità previste dall’attuale normativa nei confronti dei pensionati.
Le crescenti difficoltà, per la crisi economica in atto, che le fasce più deboli ed in particolare le persone anziane si trovano ad affrontare, sono aggravate da pesanti iniquità alle quali è indispensabile trovare soluzioni immediate.
E’ importante che al centro del dibattito politico insieme all’economia, ai lavoratori, alle imprese ci siano anche i pensionati. L’Importanza del ruolo sociale ricoperto soprattutto nell’ambito familiare ed il peso anche in termini anagrafici di questa fascia di popolazione – destinato a  crescere ulteriormente nei prossimi anni – costituiscono, infatti, presupposti dai quali non è più possibile prescindere nella determinazione delle misure di politica economica del Paese.
Di fronte a questa realtà il ruolo della nostro Associazione 50&Più insieme al CUPLA è quello di proporre le priorità assolute per tutti i pensionati ed evidenziare, in particolare, le iniquità per gli autonomi, sulle quali da troppo tempo si attendono risposte concrete.

Le iniquità per tutti i pensionati

  • L’adeguamento delle pensioni al “reale” costo della vita.
La salvaguardia e la restituzione del potere d’acquisto delle pensioni resta la principale rivendicazione ed è l’intervento primario non solo per alleviare lo stato di grave disagio sociale ma anche per rilanciare i consumi attualmente ridotti ai valori di 15 anni indietro.
C’è bisogno di un paniere mirato sui consumi degli anziani e con la logica del bilancio familiare e non quello “virtuale e non reale” dell’Istat.
Ogni anno il valore della moneta perde dal 3 al 4% e ciò sta a significare che il trattamento economico dei pensionati, nel giro di 10 anni, diminuisce di oltre il 30%, e anche per questo motivo siamo assolutamente contrari ai blocchi della scala mobile sulle pensioni.

  • La politica e la riduzione fiscale
A fronte di interventi legislativi che hanno penalizzato e che penalizzano le fasce più deboli della popolazione, è necessario operare una più equa redistribuzione dei carichi fiscali e delle risorse combattendo  ogni forma di evasione, di lavoro nero, di abuso, di rendita parassitaria.
E’ necessario conferire più potere di acquisto a coloro che sono stati costretti a ridurre i consumi, condizione questa indispensabile per rilanciare l’economia. E’ stato stimato che la pressione fiscale legale (su ogni euro di Pil dichiarato) arriverà quest’anno a superare il 56%. Il Governo deve impegnarsi per ridurla.
Si può  cominciare con la detassazione totale delle tredicesime per poi ampliare la No tax area per  gli anziani.

  • Il cumulo della pensione ai superstiti con altri redditi
La pensione ai superstiti viene corrisposta in misura ridotta rispetto a quella che spetterebbe allo stesso lavoratore  ed è graduata in funzione del rapporto che lega il defunto al superstite.
Su questo importo incombe attualmente un’ulteriore riduzione stabilita dalla legge n. 335/1995 fino ad un massimo del 50 per cento in ragione del reddito eventualmente posseduto dal superstite.
(Attualmente oltre  € 19.321,77 meno 25%; oltre € 25.762,36 meno 40%; oltre € 32.202,95 meno 50%).
L’istituto del cumulo tra pensione e redditi, ormai abolito per le pensioni di vecchiaia, di anzianità o anticipata, è invece altamente penalizzante nei riguardi dei superstiti, perché vanifica notevolmente l’intento del legislatore che, con l’introduzione della pensione indiretta, voleva  garantire agli stessi una sufficiente tutela di carattere economico.
Questa riduzione infatti, non può paragonarsi ad un vero e proprio cumulo ma piuttosto ad una decurtazione, che appare tanto ingiusta in quanto vengono a modificarsi gli effetti finali, penalizzando gli interessati.
E’ necessaria quindi una modifica dell’istituto o con la sua abolizione, o, quantomeno, con una correzione dei valori delle  tre fasce  di reddito oggi in vigore, portandole dalle attuali 3, 4, 5 rispettivamente a 5, 8, 10 volte l’importo del trattamento minimo annuo ( € 6.440,59 per il 2013).
La decurtazione appare come un’appropriazione indebita da parte dello Stato, se si considera che la reversibilità è una prestazione previdenziale (e non assistenziale) che si basa sull’ammontare dei contributi versati dal lavoratore non più in vita.
Premia coloro che vivono nel sommerso e danneggia invece coloro che denunciano regolarmente i propri redditi.

Le iniquità per gli autonomi

  • L’età pensionabile di vecchiaia più elevata per le lavoratrici autonome
La riforma “Fornero” in luogo di tutte le precedenti ipotesi di pensioni di vecchiaia, sia retributiva che contributiva, dal 2012 ha previsto un solo trattamento pensionistico che si consegue con un minimo di 20 anni di contributi versati ed una età, così come indicato in Tab. A, dove è prevista una  evidente discriminazione tra lavoratrici dipendenti ed autonome dal 2012 fino a tutto il 2017.
Le lavoratrici dipendenti del settore privato possono conseguire il trattamento di vecchiaia, se più favorevole, con un età anagrafica non inferiore a 64 anni, qualora maturino entro il 31 dicembre 2012 un’anzianità contributiva di almeno 20 anni e alla medesima data conseguano una età anagrafica di almeno 60 anni.
Tale regime agevolato di accesso al sistema pensionistico ha escluso le lavoratrici autonome in possesso degli stessi requisiti. E ciò è chiaramente discriminatorio dal momento che a parità di requisiti, per una categoria di lavoratrici è stato previsto un regime agevolato, e per le lavoratrici autonome lo si è negato aggiungendo, quindi, al peso del sacrificio richiesto una evidente ingiustizia.

  • Pensione anticipata agevolata non prevista per i lavoratori autonomi (uomini e donne)
Sempre la riforma “Fornero” ha previsto dal 2012 nuove regole  per l’accesso al pensionamento anticipato  (già pensione di anzianità) vedi Tab. B.
Per i lavoratori dipendenti (uomini e donne ) del settore privato è stato introdotto uno speciale regime agevolato a questo nuovo trattamento pensionistico.  Detti lavoratori che abbiano maturato un’anzianità contributiva di almeno 35/36 anni entro il 31 dicembre 2012 e raggiunto i precedenti requisiti  pensionistici con un’età  pari rispettivamente a 60/61 anni, possono conseguire il trattamento di pensione anticipata al compimento di un’età anagrafica non inferiore a 64 anni.
Tale regime agevolato ha escluso i lavoratori autonomi in possesso dei requisiti medesimi. Anche  in questo caso è stata fatta una scelta discriminatoria dal momento che a parità di requisiti, per una categoria di lavoratori  è stato previsto un regime agevolato, e per i lavoratori autonomi lo si è negato.

  • La quattordicesima mensilità: tre anni in più per gli autonomi rispetto ai dipendenti del settore privato
Con la legge n. 127 del 2007, è stata introdotta la quattordicesima mensilità sulle pensioni di importo basso.
A beneficarne sono  coloro  di età pari o superiori a 64 anni indipendentemente dal  fatto che siano uomini o donne con importi di pensione attualmente inferiori a 743,14 euro mensili pari a 9.660,88 euro l’anno. Detta somma aggiuntiva non è uguale per tutti ma è stata articolata in relazione all’anzianità contributiva raggiunta  dal pensionato così come indicato nella Tab. C.
Per i pensionati autonomi, in particolare, sono stati stabiliti tre anni in più di contribuzione nelle relative tre fasce di età contributiva legate agli aumenti pensionistici.
E’ questa, ancora una volta, un’impostazione preconcetta che differenzia  il lavoro autonomo da quello dipendente: non si comprende perchè  un trattamento di sostegno a reddito, che deriva da risorse a carico della collettività, possa poi differenziare i pensionati a  seconda dell’appartenenza all’una o all’altra categoria, violando ogni principio di giustizia sociale e costituzionale.

  • Gli assegni al nucleo familiare per i pensionati ex lavoratori autonomi
Attualmente ai pensionati ex lavoratori autonomi viene corrisposta per il familiare a carico un’aggiunta di famiglia pari a euro 10,21 mensili, a differenza di quanto avviene per i pensionati ex lavoratori dipendenti a cui viene riconosciuto l’assegno al nucleo familiare.
E’  una  discriminazione che vede i pensionati ex lavoratori autonomi ricevere assegni familiari di importo cinque volte inferiore rispetto a quello erogato a favore dei pensionati ex lavoratori dipendenti.
Si tratta di un’esigenza di parificazione molto sentita dai pensionati autonomi, che non comporta grandi spese aggiuntive per lo Stato, ma che è coerente con un disegno di eguaglianza dei cittadini, specie dopo il progressivo trasferimento a carico dello Stato della contribuzione per pagare i trattamenti di famiglia. Peraltro, la legge finanziaria 2007, che ha aumentato l’intervento della fiscalità generale per il pagamento dell’assegno al nucleo ai lavoratori dipendenti e loro pensionati, ha  acuito la disparità di trattamento ai danni dei pensionati del lavoro autonomo.

Va sottolineato, infine, che ogni discriminazione basata sull’appartenenza a categorie lavorative durante la vita attiva si presenta non solo contraria all’articolo 3 della Costituzione, ma anche, e soprattutto, errata sotto il profilo della giustizia sociale, perché quella del pensionato è una condizione sociale del cittadino e non una categoria.
Occorre prendere atto che i diritti della popolazione anziana riferiti a questi aspetti non costituiscono più solo un settore parziale della  vita pubblica, ma ne rappresentano in qualche modo un profilo centrale che riguarda direttamente la natura stessa della democrazia contemporanea.
Questi problemi sono molto seri e non più dilazionabili.
E’ importante che i governanti, i ministri e i politici capiscano che i pensionati, tutti insieme, con i propri  valori, con le proprie identità e con le proprie certezze sono già oggi e lo saranno sempre più in futuro, una categoria forte e coesa e non soltanto una condizione sociale da non considerare.











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