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HAITI: a due anni dal sisma
Poco o niente è cambiato da quel 12 gennaio 2010. L’Onu parla chiaro: nel 2012 serviranno 24 milioni di dollari solo per i bisogni umanitari immediati ed altri 30 per assistere sul lungo periodo lo sviluppo. Sono ancora 600mila gli sfollati.

Il 12 gennaio di 2 anni fa la terra tremava ad Haiti. Alle 22,53 in Italia - le 16,53 sull’isola domenicana - quella terra già martoriata dalla povertà e dal bisogno, si spaccava a metà, gli edifici crollavano, risucchiando vite difficili, speranze, violenza, desiderio di esistere; accorpando tutto in pochi, interminabili, imprevedibili 35 secondi di disastro.

Esattamente due anni dopo quella scossa di magnitudo 7.0 della Scala Richter, del più povero e allo stesso tempo del più popolato dei Paesi occidentali resta “un’ombra dell’ombra”: poco o niente è cambiato. Difficile stabilire delle cifre esatte: il sisma avrebbe causato tra le 200 e le 300mila vittime (solo 230mila nella capitale Port au Prince), messo in ginocchio un sistema economico già di per sé fragile, raso al suolo circa 900mila edifici. Secondo l’Onu, quella che viene ritenuta al momento la più grande catastrofe naturale del Terzo Millennio, ha prodotto 600mila sfollati che a tutt’oggi abitano ancora in tende allestite dopo il sisma. Stime recenti dicono inoltre che solo il 2% della popolazione può afferire all’acqua potabile.

A poche settimane dal sisma, l’Onu aveva stimato in 3,9 miliardi di dollari - per un periodo iniziale di 18 mesi - la cifra da stanziare per la ricostruzione, mentre la stessa Repubblica di Haiti aveva presentato un piano di 11,5 miliardi da erogare nei successivi dieci anni. Le donazioni hanno superato le aspettative, ma resta difficile stabilire con esattezza la quantità di aiuti giunta: la sola comunità internazionale sin dall’inizio si è impegnata a stanziare quasi 10 miliardi di dollari per la ricostruzione di Haiti nei prossimi dieci anni.

Tornando sul posto a due anni di distanza, 50&Più con la sua Rivista ha voluto ricordare con un articolo a firma di Romina Vinci sul numero di gennaio 2012 questo terribile evento, per vedere cosa è cambiato, come vive la popolazione e per intervistare Suor Marcella, che ha dato vita dentro Wharf Jeremie, pericoloso quartiere fantasma ai limiti della capitale, a “Vilay Italyen” (Villaggio Italiano), una struttura dotata di scuola, clinica e piccole abitazioni per i più bisognosi. Riportiamo integralmente l’intervista a Suor Marcella, da 7 anni attiva in questo quartiere di Port au Prince, nonostante l’uccisione nell’agosto scorso del suo aiutante, Lucien.

«Quando sono arrivata ad Haiti, 48 ore dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, una signora mi è venuta incontro piangendo, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Ora so che il Signore non ci ha abbandonati”». Così inizia il racconto di Suor Marcella, una missionaria italiana che ha scelto di passare la sua vita al fianco degli ultimi. Da sette anni si trova a Wharf Jeremie, pericoloso quartiere di Port au Prince, dove sta costruendo un piccolo “Villaggio Italiano”, per dare una speranza a queste persone.

Cosa significa vivere a Wharf Jeremie?

Significa vivere in un posto che per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato. E quindi non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da 70mila persone.

Haiti è una discarica a cielo aperto: mancano inceneritori, siti di stoccaggio, non c’è alcun piano di raccolta rifiuti, la gente brucia l’immondizia per strada. Perché?
La colpa è dell’Occidente, del nostro modo di aiutare. Li abbiamo coperti di materiale di plastica e di “usa e getta”, senza istruirli su come raccogliere e smaltire i rifiuti. Così loro si comportano come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Solo che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica rimane lì per migliaia di anni. Noi gli abbiamo fatto bruciare le tappe, e ora loro ne pagano le conseguenze.

La criminalità ad Haiti è una piaga sociale. Da dove nasce il mercato delle armi?
Si sviluppa da un mondo che sfrutta i poveri; guai a pensare che gli haitiani comprino le armi. Abbiamo Nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti, non dimentichiamo che ci troviamo davanti a Cuba, il Venezuela è a poca distanza e Miami è a soli cinquanta minuti in aeroplano. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni.

Ci può essere un riscatto per questa popolazione?

Assolutamente sì, anche loro sono nati per essere felici.

Il tuo braccio destro, Lucien, è stato ucciso. Non ci son colpevoli né assassini. Cos’è adesso il Vilaj Italyen?
Ho chiuso la clinica per un mese in segno di protesta. Ad Haiti la morte fa parte della vita, ma bisogna cambiare: non si sostituisce una persona così.
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