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SCRIVO, quindi pubblico

Cala la voglia di leggere, ma non quella di scrivere e di vedere - magari - pubblicato un proprio libro. Tra corsi di scrittura creativa, concorsi e consigli di grandi autori, il mondo dell’autoeditoria prende sempre più piede.  Intervista a Enrico Carini, professore e titolare del Corso di Scrittura creativa per 50&PiùUniversità.


di Daniela Floridia

Non si contano più i corsi e i laboratori di scrittura, fioriscono i concorsi letterari e proliferano le società che offrono servizi di autopubblicazione, su carta o in formato e-book. Gli italiani hanno scoperto una vena letteraria che porta giovani e meno giovani, manager ed operai a condividere la passione per le aule, virtuali e non, degli innumerevoli corsi di scrittura creativa e a tentare la strada dei concorsi letterari e, infine, della pubblicazione a pagamento.
 
Tenendo presente che, oltre ad essere scesa per la prima volta sotto il 50% la percentuale degli italiani che legge almeno un libro l’anno (Censis - Situazione Sociale del Paese 2012), si assiste ad una generalizzata crisi dei consumi, non solo editoriali. Sembra, quindi, essere in assoluta controtendenza la crescita della domanda di mezzi e strumenti per far emergere quel lato della personalità più legato alla creatività. 

Le scuole di scrittura più famose, dai nomi assolutamente evocativi (Holden, Omero, etc.), spesso sono associate, legate o consorziate a premi letterari o case editrici. Alcune, per pubblicizzarsi, vantano scrittori da hit parade come Gianrico Carofiglio, non solo fra i docenti, ma anche fra coloro che le hanno frequentate come allievi. Altre, le più strutturate e quindi costose, offrono ai giovani la possibilità di iscriversi e pagare la retta con un prestito d’onore. Altre ancora si presentano come una buona palestra nella quale esercitarsi, allenarsi e confrontarsi con la scrittura.  Nella pagina Facebook di presentazione del Laboratorio Parole d’Inchiostro, Palestra di scrittura di Cristina Biasini, sceneggiatrice e non solo, si legge che partendo dal presupposto che la scrittura è comunque un’attività umana - sia essa considerata un’arte o una tecnica - non può che essere migliorata dalla pratica. Citando, poi, a sostegno di questa teoria Natalie Goldberg, autrice del manuale di scrittura creativa Scrivere Zen: «Lo scrittore si allena in continuazione... Lo scrittore è in sintonia, tonificato, segue il ritmo delle colline e dell’autostrada, e può percorrere lunghe distanze, chilometri e chilometri di carta».

E l’allenamento consiste anche nell’improvvisare in maniera sistematica, cioè secondo un metodo. Ad esempio, con gli esercizi dello scrivere a tempo: 30 minuti senza staccare la mano dalla pagina o dalla tastiera, senza cancellare o preoccuparsi dell’ortografia, della punteggiatura e della grammatica, per perdere il controllo, perché, come sottolinea Goldberg: «Se scrivendo viene fuori qualcosa che vi fa paura o vi fa sentire esposti, tuffatevici dentro. Probabilmente è carico di energia».

D’altronde, chi frequenta un corso di scrittura, ma ancor più un laboratorio, ha fra le sue motivazioni principali la ricerca e lo sviluppo della creatività e l’individuazione della propria personalità letteraria, prima ancora che l’acquisizione dei trucchi del mestiere o la messa a punto dello stile narrativo. In un contesto, di condivisione con gli altri del proprio lavoro, che è l’altro punto di forza di queste scuole. 

Chuck Palahniuk, autore di Fight Club, nel sesto dei suoi tredici consigli per scrivere sottolinea: «Usa la scrittura come scusa per organizzare una festa a settimana, anche se chiamerai quella festa workshop. Ogni volta che passi del tempo tra persone che valorizzano e sostengono la scrittura bilancerai tutte le ore che trascorri da solo scrivendo...».
Più cinico, invece, fu Ernest Hemingway che alla domanda: «Secondo lei qual è la migliore preparazione intellettuale per un aspirante scrittore?», rispose senza pietà: «Diciamo che dovrebbe uscire di casa e impiccarsi dopo aver preso atto di quanto sia difficile scrivere bene, anzi, forse quasi impossibile. Poi, tirato giù da qualcuno privo di compassione, il poveretto dovrebbe forzarsi a scrivere meglio che può, per tutta la vita. Ma almeno avrebbe la storia dell’impiccagione con cui incominciare». D’altronde, superata la sindrome della pagina bianca (ricordate Snoopy, il cane di Charlie Brown, alla macchina da scrivere e il suo eterno: «Era una notte buia e tempestosa...?)», l’horror vacui che può assalire all’inizio di un romanzo o di un racconto, sapendo quanto l’incipit di un testo possa ben disporre il lettore, arriva il momento di decidere cosa fare con l’opera appena terminata. 

Come trovare l’editore che saprà capire e, quindi, valorizzare il lavoro tanto faticosamente portato a termine? E nel caso in cui questo non accada, come fare per evitare che rimanga nel cassetto o nel computer? Sempre più persone si rivolgono all’autopubblicazione, in cartaceo o digitale, un fenomeno che si sta velocemente evolvendo attraverso l’offerta di servizi sempre più vari che sfruttano delle apposite piattaforme o format.

Sotto il termine di autopubblicazione sono ricompresi, in effetti, sia la stampa “fai da te” o il self printing - attività che si limitano a trasformare un manoscritto, ammesso che si possa ancora utilizzare questo termine, in un prodotto stampato o digitale - sia il self publishing o autoedizione che, a differenza del self printing, incorpora o dovrebbe incorporare nel processo anche un lavoro editoriale (per capirsi, dalla correzione di bozze all’editing, dalla grafica al marketing). Una situazione difficile da quantificare - si possono incrociare i dati del rilascio dei codici Isbn (codici a barre) direttamente agli autori (2.000 nel 2011) con i titoli presenti nei principali portali (ilmiolibro.it, lampidistampa.it, Lulu.com, etc.) - ma che sembra aver portato le opere autopubblicate attualmente disponibili fra digitali e cartacee a circa 40.000. 

Se il digitale ha dalla sua il vantaggio del prezzo (gli e-book sono scaricabili anche con meno di un euro), resta però il fascino del volume, che può essere regalato alla famiglia o agli amici, o esposto in bella vista. 
D’altronde, fino a non molto tempo fa, per la pubblicazione a proprie spese si parlava, forse in modo anche un po’ dispregiativo, di Vanity press: il ripiego di chi non riusciva a farsi prendere in considerazione da un editore tradizionale, ma voleva comunque trovare una gratificazione dando alle stampe il proprio lavoro. E oggi, autoironicamente, una delle piattaforme più attive nel settore si chiama Narcissus.me. In realtà, c’è anche chi sceglie questa strada per avere maggiore libertà, per non dover sottostare ai tagli dei redattori piuttosto che all’imposizione di una determinata copertina: per evitare ingerenze dell’editore si narra che continuò ad avvalersi della stampa a carico dell’autore persino Marcel Proust, anche quando ebbe raggiunto una grande notorietà. Fra i risvolti negativi evidenziati dai detrattori della stampa “fai da te”, però, c’è quello di perdere i canali distributivi più efficaci e i servizi che fanno di un prodotto dilettantistico un’opera professionalmente curata. Per questo motivo l’offerta sul mercato dell’autopubblicazione si sta differenziando, consentendo agli aspiranti scrittori di scegliere un pacchetto completo o di usufruire di un solo segmento della filiera editoriale (dalla correzione di bozze alla grafica, piuttosto che alla commercializzazione). Alcuni portali, ad esempio, gestiti anche con la consulenza di editori, consentono di stampare e distribuire in rete il volume, ma anche di passare attraverso le librerie con un sistema print on demand, ovvero “stampa su richiesta”. 

Del ricorso all’autopubblicazione, relativamente al suo esordio come scrittore di narrativa, peraltro tardivo, ha parlato anche Andrea Camilleri - che, a 53 anni, nel 1978 pubblicò il suo primo romanzo, Il corso delle cose, dopo dieci rifiuti di editori, sotto forma di riduzione per una sceneggiatura televisiva presso un editore di libri a pagamento in cambio di una pubblicità sui titoli di coda - asserendo che da lì «fu come togliere un tappo». 

Un esordiente ultracinquantenne come Camilleri nel mondo dell’autopubblicazione sembra non essere un’eccezione ma, anzi, un fenomeno sempre più diffuso, specialmente negli Stati Uniti dove AuthorSolutions, la più grande casa editrice votata all’autopubblicazione con circa 28.000 titoli all’anno, stima che almeno la metà dei propri autori abbia 55 anni o più. Un trend che in Italia non è stato ancora confermato da dati ufficiali, ma sul quale si possono trovare ampie conferme, anche solo seguendo gli innumerevoli blog dedicati alla scrittura.

 Leggere, leggere, leggere: uno dei segreti per scrivere

«Parla Enrico Carini, professore e da 14 anni titolare del Corso di Scrittura creativa per 50&PiùUniversità. Che si sia solo agli inizi o “autori navigati”, le persone scrivono rispondendo sempre ad una richiesta interiore».



Professore, come si articola il Suo corso?

In realtà è un laboratorio, più che un corso. Sono circa 40 ore suddivise in incontri di un’ora e mezza. All’inizio, in quella fase del corso che potremmo definire introduttiva, il lavoro è tarato sopratutto sulla motivazione alla scrittura che viene stimolata anche attraverso altri testi, ma non solo: immagini o musica possono essere spunti formidabili. Non c’è un percorso didattico rigidamente prestabilito, ma è lo stesso gruppo che contribuisce a crearlo a seconda delle caratteristiche dei partecipanti. Nella mia esperienza ho potuto verificare che ogni gruppo è diverso e funziona meglio tanto più è varia la sua composizione, sia per età che per interessi, formazione culturale, istruzione, etc. Vengono svolti anche dei compiti a casa, condivisi fra tutti via e-mail prima dell’incontro successivo, per essere poi comunque letti, discussi e confrontati insieme.

Ci sono dei testi che consiglia ai Suoi allievi-scrittori?
Non consiglio necessariamente dei manuali di scrittura, all’inizio fornisco degli appunti, ma ci sono dei testi che vale la pena leggere sempre, come La grammatica della fantasia di Gianni Rodari. Poi, io propongo la lettura di testi d’autore, specialmente italiani, che possono essere considerati “in”, per analizzare la forma e la struttura del testo narrativo. D’altronde, nasco come italianista. Ed è indubbio che si crei un circolo virtuoso fra lettura e scrittura: possiamo scrivere meglio solo se sappiamo leggere meglio. Però, un tempo mi richiedevano solo corsi di letteratura, ora quasi esclusivamente di scrittura creativa; si ha quasi l’impressione che tutti vogliano scrivere, ma pochi leggere. Il che, ovviamente, è un assurdo.

L’obiettivo di chi partecipa ai Suoi laboratori qual è? La pubblicazione del proprio lavoro viene presa in considerazione?
Specialmente nei corsi organizzati da 50&PiùUniversità le motivazioni delle persone sono le più differenti, alcuni hanno avuto già delle precedenti esperienze, altri sono dei neofiti assoluti. Ad un corso, prendendo spunto da La vita, istruzioni per l’uso di Georges Perec, avevo assegnato un compito che era «immaginate un palazzo: ciascuno di voi si prenda un appartamento, scriva una storia e poi intrecceremo le storie dei diversi inquilini». Il risultato è stato un libro pubblicato dagli autori autotassandosi e, poi, utilizzato come sceneggiatura per la messa in scena a teatro in un corso di drammaturgia.

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