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LA CREATIVITA' è la vera scommessa

Non c’è un unico “motore” a trainare la televisione, influenzata ormai da diversi fattori.

Articolo tratto dalla Rivista 50&Più numero luglio/agosto realizzato nell'ambito dell'inchiesta Che fine ha fatto la televisione? Intervista al giornalista Massimo Bernardini.

di Raffaello Carabini

Da quando, nel 2001, ha inventato Il grande talk, Massimo Bernardini è un riferimento da cui nessuna analisi televisiva può prescindere. Quel talk show sui talk show è poi diventato Tv Talk e si occupa di qualunque cosa faccia televisione. Da dieci anni è trasmigrato dall’emittente cattolica Sat 2000 a Rai Tre.
Il giornalista milanese, già responsabile della pagina “spettacoli” de L’Avvenire, sa muoversi con acume ed equilibrio in un territorio minato, magmatico e perennemente in crisi - di identità, di valori, di ascolti e di quant’altro volete - come quello della Tv, appoggiandosi di volta in volta ad esperti, ai protagonisti stessi, a corrispondenti esteri e ad un gruppo di giovani analisti perfettamente “educati”. Gli abbiamo rivolto qualche domanda sulla televisione.

Iniziamo facendo il punto sulla Sua trasmissione Tv Talk, un culto per l’analisi della programmazione televisiva...
Come dice il mio direttore di Rai Educational, Silvia Calandrelli, siamo un fiore all’occhiello della struttura. Quest’anno abbiamo finito con il 7,5% di share, migliorando di circa mezzo punto la media dello scorso anno, grazie anche allo spostamento al sabato pomeriggio che ci ha dato nuovo pubblico. Insomma, siamo molto soddisfatti.

Lei ha proposto tra aprile e maggio anche un nuovo programma, proprio su Rai Tre, dedicato alla musica e alle sue connotazioni culturali e di costume, Le tribù della musica.
È stato più che altro un esperimento. Cinque puntate dedicate all’intreccio tra i consumi musicali di una volta, non solo musica quindi, ma anche costume, arte, televisione, cultura, con l’esame di altrettante date fondamentali della nostra storia. Abbiamo fatto molta fatica a “farci vedere” in una seconda serata come quella del venerdì, che è molto complicata per Rai Tre, a causa dell’offerta affollatissima su tutte le reti generaliste. Però nelle ultime due puntate siamo cresciuti in maniera interessante; sarà il direttore di Rai Tre, Vianello, a decidere se continuare o meno nella prossima stagione.

Come ha visto l’evoluzione del medium televisivo negli ultimi anni? Crede di poter leggere un filo conduttore?
Non credo si possa individuare un unico “motore” della Tv negli ultimi anni. Io credo sia talmente in movimento da poter essere influenzata in ogni periodo da fattori differenti. La scorsa stagione, ad esempio, è stata completamente dominata dai contenitori politici, non per scelta ideologica ma per ragioni dettate dalla mancanza di risorse. I talk show costano meno, perciò in Italia c’è oggi proporzionalmente il monte ore mondiale più alto di politica. Ma non so se si ripeterà tale e quale questa situazione nei prossimi anni. Di certo, il varietà è in crisi perché ha bisogno di grandi risorse, mentre la fiction è ancora un vitale punto di forza: Rai Uno quest’anno è stata salvata dalla fiction. Il problema è crearne una italiana replicabile. Il costo altissimo la rende necessariamente replicabile, l’ideale è collocato tra Don Matteo e Montalbano da una parte, il polo della lunga serialità dall’altra; ciò permetterebbe durante i periodi di fine budget, di essere coperti da prodotti che il pubblico apprezza.

Lei crede nella totale interdipendenza tra pubblicità, ovvero risorse, e programmazione?
Oggi è così. La Tv sta cambiando profondamente e molto velocemente. E il fattore decisivo in questo momento è proprio la crisi delle risorse pubblicitarie, crisi che riguarda anche la stampa. In molti dicono che la Tv generalista non tornerà più indietro, perché comunque, anche con la ripresa, la pubblicità sarà ridimensionata definitivamente. Inutile negarlo, non siamo più ai tempi del monopolio, questo è un aspetto non secondario. Da 10 anni dibattiamo il tema che la Rai possa avere insieme il canone e la maggioranza delle risorse pubblicitarie, oggi quel tema è finito, perché la Rai vive all’80% di canone. Allo stesso modo abbiamo discusso per anni sui difetti della Tv commerciale, con tutti gli annessi e connessi, dal conflitto di interessi in là, ma il ridimensionamento del mercato cancella tutto questo. Oggi i programmi si fanno quando c’è un investimento pubblicitario, si fanno tante puntate per quanta pubblicità c’è: sono cambiamenti in atto ora e che non sappiamo dove ci condurranno.

Il Web, che non risente di questa contrazione, è secondo Lei la tomba o il futuro della televisione?
Il Web è il futuro, è l’unico medium in crescita costante ed elevata, ma ha ancora una visibilità bassa e riguarda solo le giovani generazioni. Stiamo assistendo ad un cambiamento radicale, che tra dieci anni non avrà ritorno. Non si sa però come saranno i ventenni di oggi a 40 anni, magari ritorneranno ai gusti dei padri. Tuttavia, chi ha imparato a non avere la Tv come centro del proprio interesse visivo, credo torni difficilmente indietro.

Non crede che la globalizzazione del Web porti ad un’omologazione culturale in cui tutto è uguale e dove vengono digerite e deconnotate tutte le identità e le personalità?
Il problema di come si mantiene l’identità culturale di un popolo o di una regione è diffuso e probabilmente insolubile. Il processo di omologazione, che è iniziato alla fine degli Anni ‘60, è inarrestabile. Così come i centri urbani delle città sono tutti uguali, con gli stessi negozi, le stesse icone, c’è un’uniformazione senza ritorno dei prodotti e della comunicazione. Se i dischi dei Beatles uscivano tra i sei e i nove mesi di distanza temporale tra Londra e Roma, oggi i video appena finiti vanno in diretta su tutto il pianeta. La vera scommessa si gioca sulla creatività: solo se esiste un’inventiva locale che disegna il nuovo si può riuscire a far innamorare tutto il mondo, molto più facilmente di un tempo. Per fare un esempio non proprio culturale, pensi a Gangnam Style: quando mai c’era stato un successo mondiale proveniente dalla Corea del Sud? Invece PSY, autore della canzone, ha imposto un ballo a tutti: oggi, se qualcuno inventa una cosa - una canzone, un video, un programma radio o Tv e così via - che potrebbe conquistare il mondo, può riuscire a diffonderla in forma virale. Tutti possono mettere in Rete materiale di buona qualità, da dovunque, con un semplice telefonino. Se un ragazzo filippino o uno italiano credono in quello che stanno facendo, molto più che in passato hanno la possibilità di farlo vedere a tutti, non devono più sottostare a un’occhiuta decisione di qualcuno dall’alto. È una chance senza precedenti, ma sottintende la domanda di sempre: noi siamo qualcosa? Siamo creativi?
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