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Che fine ha fatto la TELEVISIONE?

Parliamo di televisione. Quella che era, quella che sarà e quella che dovrebbe essere. Per mera nostalgia? No, per essere spettatori più accorti e attivi. Per capire cosa sta dietro a certi programmi che la televisione ci propugna quotidianamente. Cara Tv, ora avrai un po’ meno segreti...?

Articolo tratto dall'inchiesta Che fine ha fatto la televisione? pubblicata sulla Rivista 50&Più numero luglio/agosto. Sintesi dell'intervista allo scrittore e produttore televisivo Stefano Balassone. 

di Luisella Berti

Siamo un popolo di teledipendenti incalliti. Siamo solo dietro agli americani, leader indiscussi, che trascorrono davanti al piccolo schermo una media di 283 minuti al giorno. Noi ci “accontentiamo” di 246 minuti al dì, che fanno 4 ore e 6 minuti. La conferma arriva da Ofcom, l’Authority indipendente per le telecomunicazioni inglese, nel sesto Rapporto sul Mercato Internazionale delle Comunicazioni. D’altra parte, in un Paese dove si producono molti libri a fronte di pochi lettori, la televisione è il mezzo di intrattenimento per 92,4 persone su 100 dai tre anni in poi. Lo dice l’Istat nel suo ultimo Rapporto annuale, rilevando un leggero calo rispetto al 2011. 

Qual è la fascia d’età che privilegia il mezzo televisivo? I giovani non amano il piccolo schermo, salvo nel caso della messa in onda di programmi che li vedano come protagonisti, i minori hanno canali a loro dedicati sia pubblici che privati, divisi per fasce d’età, esplosi con la Tv satellitare e con il digitale terrestre. Tra i minori, il pubblico televisivo più numeroso (Istat 2012) è composto dalla fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni: 96,3 su 100 guardano la Tv. Non solo, questa fascia d’età vince su tutte le altre. Ma qual è il pubblico che la televisione ha scelto “come bersaglio“? Sono gli over 60, una platea molto vasta, specie la fascia che va dai 60 ai 64 anni dal momento che, 96 su 100, sono fedelissimi del piccolo schermo. 

Sembra finita l’epoca della televisione intergenerazionale che incollava davanti al piccolo schermo il bambino, il fratello maggiore, il padre, la madre, la nonna, gli zii e i vicini di casa. E allora, da cosa sono unite le generazioni, televisivamente parlando? Dal fatto che, nonostante internet, l’80,9% degli italiani si informa attraverso i telegiornali. Una percentuale che tra i giovani scende al 69,2%, ma che ancora tiene (Censis, Il primato dell’opinione nella comunicazione orizzontale). 
Ma, alla fine, cosa ci propone la televisione di oggi? Quello che può, in tempi di crisi e di forte diminuzione di investimenti pubblicitari. Così proliferano i talk show sempre più popolati da politici, i pomeriggi all’insegna della cronaca nera alternata con quella rosa, i programmi di cucina a tutte le ore, fiction, giochi a premi, film e telefilm americani. Come e perché siamo arrivati a questo punto? In queste pagine ce lo raccontano chi la televisione la fa e la “sorveglia”. 

Intanto andiamo dietro le quinte, iniziando con il servizio pubblico che dovrebbe offrire la Rai, con questa intervista allo scrittore e produttore televisivo Stefano Balassone, uno che ha “vissuto“ la Rai dal di dentro, essendo stato consigliere di amministrazione dal 1998 al 2002 e precedentemente vicedirettore di Rai Tre. Balassone è considerato l’inventore di Rai Tre come nuovo modello di televisione in Italia, attraverso programmi quali Samarcanda, Blob, Quelli che il calcio, Chi l’ha visto?

Dottor Balassone, qual è il ruolo del servizio pubblico? 
Nel mondo ci sono una serie di servizi pubblici; in Italia quello che le persone hanno racchiuso nella memoria è il servizio pubblico in bianco e nero, un servizio che possiamo definire piuttosto per bene, popolare, con un linguaggio accurato, insomma una televisione molto attenta a trasmettere e a produrre un’eredità culturale e di costume. Questo, nel gergo degli addetti ai lavori, si chiama servizio pedagogico che, come in tutto il mondo, è finito quando il monopolio pubblico non si è trovato più da solo ma in compagnia della Tv commerciale. Un passaggio avvenuto alla fine degli Anni ‘70. Da allora, in Italia, il servizio pubblico, a parte le scartoffie burocratiche chiamate Contratti di servizio, stipulati ogni tre anni fra il Ministero delle Comunicazioni e la Rai, si è esaurito.

Quale può essere la funzione del servizio pubblico nella società di oggi?
Per comprendere meglio questa funzione è necessario guardare cosa avviene nel resto d’Europa. Per esempio, in Inghilterra, dove il servizio pubblico è stato inventato, la televisione statale è innanzitutto il grande crocevia dell’industria creativa. Lì ci sono due televisioni pubbliche: Bbc e Channel 4. La loro ragione di esistere, e lo spiegano ogni anno al Paese, è quella di far girare le loro fabbriche per far sì che ci sia molto lavoro per i lavoratori inglesi. Questo perché le Tv pubbliche inglesi non vivono solo di canone e di pubblicità locale, ma anche di vendita all’estero dei loro prodotti televisivi. 

Quindi hanno creato un’industria televisiva?
Esatto, la chiamano l’industria della creatività. Rispetto a noi hanno molti più lavoratori impiegati in questo settore. In Italia non si fa altro che parlare di sprechi, dei troppi dipendenti, del perché la Rai dovrebbe avere 11mila dipendenti quando Mediaset, a parità di canali, impiega la metà di persone. Alla Bbc lavorano 22mila dipendenti ed hanno meno canali. Questo è il livello della discussione in Italia. Noi non produciamo più. Questo è il problema. I nostri produttori sono a Hollywood.

Comprare prodotti già fatti all’estero è più conveniente...
Certamente, ma porta enormi conseguenze. Se non c’è una grande azienda pubblica, molto più grande di quella privata, come è in Inghilterra, che produce e quindi evita quello che sarebbe una totale dipendenza del prodotto estero, finisce come sta avvenendo a Rai e Mediaset, dove la caratteristica è di riproporre quello che comprano all’estero: o prodotti tali e quali, come film o telefilm, o acquistando format per poi adattarli alle esigenze nostrane, come accade con i talent o i quiz. Il servizio pubblico che serve è quello che produce e vende all’estero. Se non si fa questa operazione resteremo nel torneo delle innocue chiacchiere sulla lottizzazione, sul pluralismo, sullo spazio dato a un partito piuttosto che un altro, il tutto condito dalla solita Commissione di Vigilanza Rai.

Riguardo al pubblico televisivo?
I giovani frequentano poco la Tv. Hanno altro da fare, stanno poco in casa, fanno tardi la sera... 
Se guardano i primi 7 canali lo fanno solo se ci sono programmi dove sono loro i protagonisti. I giovani guardano quello di cui poi si divertono a parlare il giorno dopo. In questo momento vanno molto i talent. Programmi televisivi per i giovani ce ne sono, benché non siano certo il pubblico più vasto né mai lo saranno. Il pubblico a cui si rivolge la televisione nostrana è quello degli over 60, sia perché sono anagraficamente sempre di più, sia perché trascorrono più tempo in casa.

Come giudica i programmi che riguardano gli over 60? Rispondono alle esigenze di questa fascia d’età?
A occhio e croce direi che non si fa altro che parlare di medicina e alimentazione. 
Oltre a questo genere di programmi, non ci sarebbe bisogno di altro? Una informazione più pacata, di utilità, che parli di lavoro, previdenza, di consigli del vivere quotidiano, di buone pratiche? 
Personalmente, l’esperienza che ho fatto nel 2012 a La7 in due programmi, L’aria che tira o Coffee break, è che gli anziani non stanno più in panchina, ma davanti al computer da dove interagiscono con i programmi e ne orientano i contenuti. Scrivono alle rubriche e i suggerimenti vengono presi al volo. Dalla mattina alla sera arrivavano le e-mail dei telespettatori. Parlavamo degli esodati, dei ricongiungimenti pensionistici onerosi. Siamo diventati tutti molto più competenti perché abbiamo imparato molto da loro. Poi certo, ci sono i programmi trash, le Velone, i tronisti over 65 di Uomini e donne. 

Perché non ci si arrischia a proporre qualcosa di diverso, di più innovativo e qualitativo? 
La Tv che si fa oggi è molto semplice, fare una televisione diversa richiederebbe linguaggi complessi, lunghe ricerche, immagini dai luoghi. Una televisione che costa cara. Inoltre, per proporre qualcosa di diverso e innovativo c’è bisogno di concorrenza. Quando questa non c’è si preferisce andare sul sicuro. La televisione da anni ormai è fatta di amministratori, non di creatori. Per generare creatività c’è bisogno prima della concorrenza e poi dei soldi, ma la concorrenza fa sì che il denaro arrivi con la creatività. Mentre senza concorrenza, con la creatività si corrono solo dei rischi.
Pubblicata in: Attualità

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