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Italia DIGITALE? Ancora no

L’Agenda Digitale del Paese non decolla. I cittadini e le imprese ancora sommersi dalla burocrazia

Se l’Agenda Digitale del Paese decollasse, molte cose cambierebbero. A cominciare dal nostro rapporto di semplici “consumatori” passivi di tecnologie per finire ai progetti delle Smart Cities, alla diffusione massiva della banda larga passando per l’incentivazione delle Start Up. Eppure, il nostro è un Paese strano che ad un tratto si arresta di fronte ad una firma, la quale stavolta - ironia della sorte - blocca tutte le altre firme: quelle digitali.

Non ci sono regole. Dovrebbero fare luce sulle firme, sui documenti informatici e sulla conservazione sostitutiva dei documenti stessi, ma le regole tecniche contenute nell’articolo 71 del Decreto Legislativo nr. 82 del 7 marzo 2005 - che riporta il testo del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) - non ci sono ancora. Il motivo è semplice: non è stato varato il secondo decreto attuativo. Le regole latitano persino per la cosiddetta fattura elettronica “obbligatoria”. Questo accade mentre i provvedimenti - sia a livello nazionale che comunitario - hanno fatto il percorso richiesto. Solo una firma, particolarmente attesa dalle imprese, può renderli operativi, mentre sul sito dell’Agenzia per l’Italia digitale la formazione del documento informatico, il sistema di conservazione e la gestione dei flussi documentali sono ancora in bozza.

I vantaggi per i cittadini. Ora un’altra spinta arriva dal Decreto Legge 179/2012, che contiene “misure urgenti per la crescita del Paese” e che si concentra sullo sviluppo dell’economia e della cultura digitale, l’aumento della domanda di servizi digitali e la promozione dell’alfabetizzazione informatica. Si cerca in questo modo di estendere il ricorso alla firma digitale o alla firma elettronica nel redigere ogni documento. Il vantaggio sarebbe una piena equiparazione con il documento cartaceo per diffondere l’uso di strumenti elettronici di comunicazione tra Pubbliche Amministrazioni e cittadini, riducendone così tempi di risposta e costi.

Il domiciliodigitale”. Non solo le imprese, ma anche i cittadini trarrebbero benefici da questi provvedimenti. L’articolo 4 del Decreto Legge 179 del 2012 ha inserito nel Cad l’articolo 3-bis, il quale riconosce loro la facoltà di indicare alla Pubblica Amministrazione - come “domicilio digitale” - un proprio indirizzo di Pec (Posta Elettronica Certificata). Già dal 1° gennaio 2013 le comunicazioni delle Amministrazioni e dei Gestori di pubblici servizi dovrebbero essere inviate a tale indirizzo, registrato presso l’Anagrafe Nazionale della Popolazione residente (Anpr). Se poi manca il domicilio digitale, le Amministrazioni potrebbero predisporre tali comunicazioni come documenti informatici sottoscritti con firma digitale o elettronica.

Dov’è l’ostacolo. Manca il decreto che stabilisce le modalità per comunicare, variare e cancellare il domicilio digitale, come mancano le regole per consultare l’Anpr. Anche senza il domicilio digitale si possono produrre documenti informatici, ma se mancano le regole tecniche sulle firme elettroniche persino tale modalità si blocca. Infatti, una volta sottoscritti con firma digitale o firma avanzata, i documenti informatici potrebbero essere inviati per posta ordinaria o raccomandata a/r presso un domicilio fisico.

Uguali in tutto e per tutto. Per certificare la conformità all’originale, l’Agenzia per l’Italia digitale ha previsto un contrassegno elettronico sulle copie analogiche dei documenti informatici. Anche questo, però, è basato sulle regole tecniche dell’articolo 71 del Cad, che per ora mancano. Questa assenza non rende attuabile un’altra previsione contenuta nell’articolo 6 del D.M. 179/2012: dal 1° gennaio 2013 si possono sottoscrivere con firma digitale o firma elettronica avanzata (o altra firma elettronica qualificata), pena la nullità, gli accordi che le Amministrazioni Pubbliche concludono tra loro per collaborare in attività di interesse comune.

Siamo in ritardo. Proprio un anno fa esatto la Booz & Company conduceva uno studio per il Global Information Technology Report 2012 e i risultati non erano incoraggianti: l’Italia si trovava in 48° posizione, sotto Giordania e Montenegro, per progresso nel settore delle Ict (Information Technology). Per non parlare di Spagna (38°) e Portogallo (33°). Insomma, per noi è una magra consolazione il 59° posto della Grecia.

V.M.U.
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